martedì 16 gennaio 2018

intervista a fabio cremonesi - ospite del 6 febbraio - TUTTO HARUF - la passeggiata librocaffè

Dopo la Trilogia della Pianura, Fabio Cremonesi ha tradotto anche l’ultima opera di Kent Haruf, Le nostre anime di notte, che ha subito raggiunto la vetta delle classifiche di vendita, confermando l’autore statunitense come uno dei più apprezzati del catalogo di NN Editore tra i lettori italiani.
Le nostre anime di notte, pubblicato postumo, ha ancora una volta come sfondo la piccola cittadina di Holt, che in questo romanzo ha un ruolo tutt’altro che secondario: la sua comunità giudica e biasima la relazione tra i due anziani protagonisti, Addie e Louis, rimasti entrambi vedovi e determinati ad “attraversare la notte insieme”, per lo meno finché sarà loro possibile. La scrittura di Haruf diventa qui ancora più intima, emozionale, ma anche “urgente”, come sottolinea nella nota conclusiva Cremonesi (qui di seguito intervistato).
Sei stato tu a proporre a NN Editore la traduzione delle opere di Kent Haruf o è stata la casa editrice ad affidartela? Com’è stato il tuo primo approccio con questo scrittore?
No, è stata l’editrice, Chicca Dubini – che l’aveva ricevuto da un agente – a darmelo da leggere per una valutazione. È stato un autentico colpo di fulmine, sia per me, sia per Chicca e per Gaia Mazzolini, l’allora caporedattrice prematuramente scomparsa. L’ho letto tutto d’un fiato, cosa insolita per un lettore lento come me, anche perché mi pareva un miracolo che un gioiello simile non fosse già stato acquisito da altri editori e mi pareva urgente tentare di prenderlo noi!
le nostre anime di notte di kent haruf, copertinaNella nota finale, scrivi: “Mentre leggevo Le nostre anime di notte continuavo a pensare all’autore, quest’uomo anziano e malato che lotta contro il tempo per riuscire a raccontare tutta la storia che ha dentro”. Il senso di urgenza e il delicato sentimentalismo di questo romanzo secondo te si devono dunque alla particolare condizione in cui è stato scritto?
Verso la fine del libro c’è una scena molto divertente in cui Addie e Louis parlano di uno spettacolo teatrale tratto da Canto della pianura. Addie chiede a Louis: “Potrebbe scrivere un libro su di noi. Ti piacerebbe?”. La risposta di Louis, che in quel momento è chiaramente un alter-ego dell’autore, è disarmante: “Non mi va di finire in un libro”. Questo è un uomo che sa di avere ancora poche settimane di vita e che anziché cedere alla disperazione e sedersi in veranda ad aspettare la morte, fa una cosa che non ha mai fatto prima: scrivere un libro in pochi mesi, anziché in cinque o sei anni, come aveva sempre fatto con gli altri romanzi. E in questo libro il tempo non è più quello ciclico, legato al susseguirsi delle stagioni, delle sue opere precedenti, ma è un tempo lineare, vettoriale oserei dire: una freccia che va in una direzione ben precisa. E il cuore di quest’ultima opera è un messaggio chiaro, semplice, emozionante: datevi, diamoci sempre un’altra chance; non importa come andrà a finire, anzi, sappiamo già che probabilmente andrà a finire male, ma diamoci comunque un’altra chance.
Immaginavi che le opere di Kent Haruf potessero riscuotere un tale successo tra i lettori italiani? Secondo te cosa lo ha determinato?
Be’, francamente direi che era impossibile prevedere un successo del genere, tanto che, a parte un timido tentativo di Rizzoli con Haruf nel 2000, nessun altro editore aveva creduto in questo autore. Ci sono tanti fattori che hanno determinato questo successo, di natura commerciale da una parte, di mutati gusti dei lettori dall’altra.
Commercialmente parlando i tempi erano maturi per una sorta di riscossa delle librerie indipendenti, dopo gli anni della crisi, dei grandi cambiamenti nel mercato determinati dal consolidamento delle catene di librerie, dalla nascita di colossi della vendita online, dalla crisi, tutti fattori che se da una parte hanno portato alla chiusura di moltissime librerie indipendenti, dall’altra parte, in modo un po’ inatteso, hanno aperto nuovi spazi di mercato per una generazione di librai che hanno saputo abbandonare l’idea di libreria generalista, in balia delle novità, per concentrarsi su un lavoro di proposta: sono librai che non fanno i magazzinieri (decine di scatoloni di novità da esporre ogni giorno, a cui corrispondono decine di scatoloni di resi per fare spazio in negozio), ma selezionano per i propri clienti, costruendo con loro un rapporto di fiducia e in questo modo (scusate il termine orribile) li fidelizzano. Ecco, in questo mutato contesto di mercato, Haruf è diventato il libro giusto al momento giusto per suggellare questo patto di fiducia tra “nuovi” librai e lettori forti e fedeli alla “loro” libreria. I librai l’hanno adottato quasi immediatamente, l’hanno proposto direttamente o attraverso i gruppi di lettura, hanno consolidato una relazione forte con un grosso numero di lettori soddisfatti, spesso anche gratificati per essersi sentiti parte della pattuglia dei “pionieri” di Holt, hanno – last but not least – ottenuto fatturati interessanti grazie ad Haruf.
E veniamo ora al punto di vista dei lettori: la cosa stupefacente è che Haruf sembra piacere a tutti, giovani e anziani, donne e uomini, lettori occasionali e raffinai critici. Questo secondo me avviene (l’ho già detto in diverse occasioni) perché Haruf affronta apertamente le grandi questioni dell’esistenza, quelle con l’iniziale maiuscola – l’amore che nasce e che si spegne, le relazioni famigliari, la morte (la propria e quella di una persona cara) – intercettando un bisogno a quanto pare molto diffuso tra i lettori, dopo gli anni dell’ironia, del cinismo, del disincanto. E lo fa in un modo che è tutto tranne che consolatorio: alla fine dei romanzi di Haruf i cattivi non vanno all’inferno, i buoni non vanno in paradiso; a Holt il prezzo delle proprie scelte, giuste o sbagliate che siano, si paga qui e ora.
Fabio Cremonesi, traduttore di Kent Haruf, intervistaDagli studi in storia dell’arte medievale, alla direzione di una multinazionale delle telecomunicazioni e infine all’editoria e alle traduzioni: il tuo è un percorso professionale piuttosto insolito, ti va di raccontarlo?
Giusto per inserirmi in una polemica recente, dico subito che non ho mai mandato un cv e non ho mai giocato a calcetto in vita mia! Ho studiato all’università di Pavia, per mantenermi agli studi ho sempre lavorato, prima come fattorino, poi come cameriere. Il mio primo lavoro stabile è stato come scaricatore in un corriere, poi c’è stato il call centre di una compagnia assicurativa, da lì ho fatto lo startup di Omnitel, dove sono rimasto dodici anni facendo una discreta carriera internazionale. A quel punto avevo messo un po’ di fieno in cascina che mi ha consentito di fare il salto nel mondo dell’editoria. Ho fondato una casa editrice, Gran Vía, che poi ho venduto; ho iniziato a tradurre quasi per caso, prima di scoprire che era la cosa che mi piaceva davvero fare, nel frattempo ho fatto per quattro anni il promotore editoriale (quello che vende i libri ai librai, per capirci: da qui la mia attenzione per il ruolo delle librerie), un po’ per sbarcare il lunario, un po’ perché mi pareva che fare il traduttore a tempo pieno rischiasse di “inselvatichirmi” troppo. Professionalmente parlando mi ritengo una persona molto fortunata e se dovessi ricominciare da capo, rifarei ogni singolo lavoro che ho fatto.
Oltre che per NN, hai tradotto diverse opere anche per Castelvecchi, Gran Vía, Keller, Marsilio, Zandonai: come si è instaurata la tua collaborazione con queste case editrici?
Ehi, c’è pure Adelphi! Come dicevo prima, non ho mai mandato un curriculum: la maggior parte dei contatti sono nati ai tempi in cui facevo l’editore, ma molte sono state anche le amicizie personali da cui sono nati rapporti professionali: lo dico senza imbarazzo, non credo di aver rubato il lavoro a nessuno, penso che la qualità del mio lavoro sia lì a dimostrarlo nel bene e nel male, visto che certe collaborazioni si sono approfondite, mentre altre si sono bruscamente interrotte!
Si dibatte spesso sulla difficoltà dei traduttori italiani di riscuotere i propri compensi: confermi? Riesci a vivere solo di traduzioni?
Ho iniziato a tradurre nel 2006 e faccio questo lavoro sistematicamente dal 2009. Oggi riesco a campare di sole traduzioni, ma ci ho messo qualche anno, sia perché naturalmente ho dovuto imparare un mestiere, anche a costo di accontentarmi di compensi che oggi naturalmente non accetterei più, sia perché in passato ho avuto diversi clienti che erano cattivi pagatori (qualcuno è poi fallito senza pagarmi, con altri ho dovuto mettere in mezzo un avvocato). L’anno della svolta per me è stato il 2014: mi sono detto che i clienti che non pagano non sono clienti e ne ho lasciato perdere qualcuno, la cosa ha funzionato, anche perché banalmente se lasci perdere i clienti cattivi hai più tempo da dedicare a quelli buoni!
Tra i romanzi pubblicati negli ultimi mesi, di quali ti sarebbe piaciuto occuparti? Hai altre opere in traduzione al momento?
Per carità, no! Nel 2016 ho tradotto sei romanzi, basta così. Scherzi a parte, purtroppo leggo molto meno di quanto vorrei (dopo dieci ore passate a tradurre, ho solo voglia di uscire, vedere gente, andare a sentire della musica: è uno dei paradossi del lavoro editoriale) e quindi non saprei se c’è qualcosa che mi sarebbe piaciuto tradurre. Al momento comunque sono molto soddisfatto perché sto traducendo un memoir di Jenny Diski, straordinaria scrittrice inglese quasi sconosciuta in Italia, nonché quasi-figlia adottiva di Doris Lessing.

martedì 3 ottobre 2017

5 DICEMBRE 2017 - PASTORALE AMERICANA DI PHILIP ROTH










Risultati immagini per pastorale americana

Pastorale americana di Philip Roth è stato il libro che mi è forse stato consigliato più di ogni altro, da tutti: condizione sufficiente per cui il mio giudizio, talmente galvanizzato, risultasse leggermente al di sotto dell’entusiasmo che lo ha accompagnato. Invece, se oggi dovessi elencare i cinque libri più belli che io abbia mai letto, Pastorale Americana troneggerebbe nella sua austerità, linearità e nel suo mistero. Non che io stia parlando di una cosetta: è il Pulitzer 1997. Però è un libro che ti cambia qualcosa. A livello umano, e a livello di scrittura.

Pastorale Americana è una famiglia che bruciaCome suggerisce la copertina italiana, ma non come fa intendere la quarta: lì è lo Svedese, protagonista del racconto, “nome magico” dell’infanzia dello scrittore, la cui vita si snoda in un arco di tempo delicatissimo per l’America Moderna, dagli anni ’50 agli anni ’80 del ‘900. Quello in cui Roth eccelle, però, è allargare il quadro. Ok lo Svedese, certo, d’accordo la figlia Merry, ma la moglie Dawn, e Rita Cohen? E suo padre, e la fabbrica? E gli anni ’60?
E l’American Dream?

Microstoria e macrostoria s’incontrano divinamente nel testoNel tentativo di comprendere una rabbia generazionale di cui la figlia del protagonista, Merry, è l’incarnazione. La loro rabbia è il combustibile, pensa lo Svedese, uno su cui tutti, da ragazzi, avevano scommesso la “fiche” del successo. Lo Svedese, quel campione di basket, che sposò quella meravigliosa Dawn, che prese con successo le redini dell’azienda del padre.

In Pastorale Americana però il successo non esisteIl libro tutto, forse, è una riflessione sulle possibilità che ti leva l’essere al mondo, per l’essere venuto al mondo a quel modo. E d’altra parte la costruzione dei personaggi non è da meno. Nessun personaggio vive a due dimensioni: c’è chi dà fuoco alle cose, chi tradisce, chi rifà la casa per farsi l’architetto, chi è troppo ubriaco per capire. Tutti disfano. Ardentemente.

“Non dimentichiamo l’energia”E’ l’inizio del discorso della 45° riunione degli allievi della scuola che Nathan Zuckerman, lo scrittore fittizio del romanzo, non tenne mai. È la riflessione che chi legga Pastorale Americana si porta dietro. L’energia che si respira tra quelle pagine sarebbe necessaria a far bruciare non un supermercato, ma un intero continente. È una scrittura precisa, affilata, arrabbiata, una scrittura che non si dà pace, di un uomo che non capisce.

Ma Pastorale Americana è un libro che non ti spiegaÈ come tutti i migliori libri: non ti spiega, ti racconta e basta. Entra in una vicenda, ne accarezza i protagonisti, accenna, e poi ti ci butta a capofitto, ti fa sguazzare nelle ragioni e nelle storie personali. C’impiega quasi 500 pagine, Roth, a spiegarsi il perché. Il romanzo, però si chiude con l’unico finale che un essere umano possa concepire: una domanda.


il nostro ospite stavolta sarà avstudio.it

mercoledì 19 luglio 2017

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore - RAYMOND CARVER - 3 ottobre 2017 presso UVA urban vineyard

http://www.piegodilibri.it/recensioni/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-damore-raymond-carver/

Finalmente torna in libreria Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver, per anni scomparso dagli scaffali e praticamente introvabile. La casa editrice Einaudi sta ristampando tutto Carver e questo libro in particolare è molto significativo.
La vicenda è abbastanza nota. È la storia di come il ‘minimalismo’ sia nato a tavolino. Una storia di esemplare editing letterario da una parte e un dramma umano dall’altra.
Da una parte Gordon Lish, editor della casa editrice Knopf, che riceve nel 1980 i racconti di Raymond Carver per revisionarli in vista della pubblicazione. Quest’ultimo sta uscendo da un periodo negativo e dall’alcolismo. Per lui questi racconti rappresentano una resurrezione. D’altra parte la revisione di Lish risulterà talmente radicale da destabilizzare per sempre Carver. Così nasce il minimalismo e finisce l’uomo.
Da una parte c’è un uomo pragmatico. Gordon Lish costruisce, con questa violenta azione editoriale, il ‘minimalismo’ dalla sua scrivania di potente editor. Taglia in alcuni racconti oltre il 50% del testo (in altri il 70%) in due fasi di correzione, di cui la seconda revisione risulta la più radicale.
Lettera Carver
Dall’altra parte di questa singolar tenzone, c’è il dramma umano di Raymond Carver. Proviamo a ricostruirlo attraverso alcuni brani estrapolati dalle lettere che lo scrittore scrisse al suo editor:
10 maggio 1980
Cristo santo, non ti far scrupolo di darci sotto con la matita sui racconti se serve a migliorarli; e se c’è qualcuno che può farlo sei solo tu. Voglio che i racconti siano i migliori possibili e che durino nel tempo. Non ho mai immaginato di arricchirmi o di guadagnarmi da vivere scrivendo poesie e racconti. Sai bene che il fatto che Knopf pubblichi un mio libro e che tu sia il mio editor per me è già abbastanza. Quindi dai pure gas e procedi a tutta birra.
8 luglio 1980
Dio mio, hai reso migliori tanti di questi racconti solo con una revisione leggera e qualche piccolo taglio. Ma per gli altri, per quegli altri tre [si riferisce ai racconti Se così ti piaceUna cosa piccola ma buona e Principianti], mi sa proprio che corro il rischio di tirare le cuoia se escono così. Anche se fossero più vicini a essere dei capolavori degli originali e la gente li leggesse ancora tra 50 anni, sarebbero lo stesso in grado di accelerare la mia dipartita, dico sul serio, tanto sono intimamente connessi alla mia guarigione, al mio recupero, al riconquistarmi quel minimo di autostima e senso di dignità come scrittore e come persona.
14 luglio 1980
Eccoti le mie ultime parole sull’argomento: ti prego di dare un’occhiata ai suggerimenti che ho inserito a matita e di prenderli sul serio, anche se alla fine dovessi decidere diversamente; se pensi che io sia il peggior nemico di me stesso, sai bene che c’è, be’, allora insisti con la versione finale della seconda revisione. Però, mi raccomando, daccela una terza o quarta occhiata. Il mio timore più grande è, o forse era, che siano tagliati troppo a corto.
Infine i racconti escono nell’aprile del 1981 nella ‘versione Lish’, completamente mutilati, ma utili per lanciare la scatola perfetta e ben confezionata del ‘minimalismo’ estremo sul mercato editoriale e facendo di Carver il cantore di questo nuovo stile e il re indiscusso della short story. Infine ecco cosa scrive Carver a Lish alla consegna dei racconti che costituiranno il nucleo centrale di Cattedrale.
11 agosto 1982
Perdonami, però stammi bene a sentire. Voglio dirti che, nonostante tutto e a dispetto di tutto, ho scritto racconti dal primo momento in cui sono atterrato in questo angolo boscoso quaggiù. Ho scritto come se ne andasse della mia vita e come se non ci fosse domani. E sappiamo entrambi che la prima cosa è vera e la seconda è una possibilità sempre aperta. Però, una cosa è sicura: i racconti di questa raccolta saranno più pienidi quelli dei libri precedenti. E questa, Cristo santo, è una cosa buona. Però so che tra questi 14 o 15 racconti che ti darò ce ne sono alcuni che ti faranno arricciare il naso, che non coincideranno con l’idea che la gente se è fatta di come deve essere un racconto di Carver – e per gente intendo te, me, i lettori in genere, i critici. Comunque, io sono loro, non sono noi, sono io. Può darsi che alcuni di questi racconti non si adattino facilmente a starsene allineati in fila con gli altri, è inevitabile. Però, Gordon, giuro su Dio e tanto vale che te lo dica subito, non posso subire l’amputazione e il trapianto che in un modo o nell’altro servirebbero a farli entrare nella scatola, di modo che il coperchio chiuda bene. Può darsi che qualche braccio o qualche gamba, qualche ciuffo di capelli, debbano spuntar fuori. Il mio cuore non può accettare alternative. Scoppierebbe, sul serio. Carissimo amico, fratello, sai cosa voglio dire e io so che capirai. Anche se penserai che ho torto marcio…
Infine rimane ad aleggiare un quesitoMeglio i racconti originali di Carver, ristampati come Principianti(dal celebre passaggio: «Ma, secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore») o il precedente Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?




Raymond Carver
Raymond Carver

Nel secondo i dialoghi sono sfoltiti e alcuni personaggi vengono addirittura zittiti dalle forbici di Gordon Lish. I protagonisti sono uomini e donne senza passato e senza sogni, colpevoli senza movente che si ritrovano in media res, come sonnambuli che sorprendano se stessi nell’atto inconsapevole di agire. Fantocci senza quel passato che Carver aveva invece immaginato e raccontato.
Lo stesso Carver in un’altra lettera, sempre rivolgendosi a Lish, sottolinea come alcuni passaggi revisionati risultassero assurdi: «Comunque, ci tengo molto che alcune delle cose tagliate vengano rimesse nei racconti definitivi. In Gazebo, per esempio. “Anche stavolta aveva ragione lei”. Un finale così è di gran lunga migliore e dà al racconto la giusta chiusa, quella che ci vuole, con il senso di perdita del narratore e un finale tagliente e perfetto per il racconto. Altrimenti, il narratore viene fuori come uno zoticone, un figlio di puttana, completamente insensibile alle cose che ci è andato raccontando. Altrimenti, perché disturbarsi a raccontarla, la storia, mi chiedo».




Gordon Lish
Gordon Lish

Secondo Philip Roth: «Timbro, ritmo, costruzione, tono, atmosfera, equilibrio, lessico, varietà, ripetizioni: nella versione originale di Principianti ogni cosa è perfettamente ponderata ed eseguita. Mai opera narrativa ebbe meno bisogno di revisioni».
Secondo Jay McInerney: «Scoprire la narrativa di Carver agli inizi degli anni Settanta fu un’esperienza che trasformò parecchi scrittori della mia generazione, un’esperienza paragonabile forse alla scoperta di Hemingway negli anni Venti. In effetti il linguaggio di Carver era inequivocabilmente simile a quello di Hemingway».
Forse qualche racconto è migliore nella ‘versione Lish’, qualche altro sarà meglio nell’originale. Non resta che prendere le due versioni dello stesso libro: Principianti Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e confrontare i due testi, leggendo prima un racconto e poi la sua presunta nemesi, solo così ci si può fare un’idea e rispondere al quesito iniziale: fu efferato delitto letterario o legittima revisione editoriale? Ai lettori l’ardua, definitiva sentenza.

Voluta_v1Acquista-Online_v1Raymond Carver
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore
What we talk about when we talk about love?
Traduzione di Riccardo Duranti
Einaudi, 2015



http://www.uvagenova.com/

giovedì 25 maggio 2017

18 LUGLIO - KENT HARUF - BENEDIZIONE

Nella cittadina di Holt, in Colorado, Dad Lewis affronta la sua ultima estate: la moglie Mary e la figlia Lorraine gli sono amorevolmente accanto, mentre gli amici si alternano nel dare omaggio a una figura rispettata della comunità. Ma nel passato di Dad si nascondono fantasmi: il figlio Frank, che è fuggito di casa per mai più tornare, e il commesso del negozio di ferramenta, che aveva tradito la sua fiducia. Nella casa accanto, una ragazzina orfana viene a vivere dalla nonna, e in paese arriva il reverendo Lyle, che predica con passione la verità e la non violenza e porta con sé un segreto. Nella piccola e solida comunità abituata a espellere da sé tutto ciò che non è conforme, Dad non sarà l'unico a dover fare i conti con la vera natura del rimpianto, della vergogna, della dignità e dell'amore. Kent Haruf affronta i temi delle relazioni umane e delle scelte morali estreme con delicatezza, senza mai alzare la voce, intrattenendo una conversazione intima con il lettore che ha il tocco della poesia.


Kent Haruf pulled a wool cap over his eyes when he sat down at his manual typewriter each morning so he could “write blind,” fully immersing himself in the fictitious small town in eastern Colorado where he set a series of quiet, acclaimed novels, including “Plainsong,” a 1999 best seller. Mr. Haruf often wrote a chapter a day, most recently in a prefabricated shed in the backyard of his home in Salida, Colo., where he died on Sunday at 71.
Punctuation, capitalization, paragraphs — they waited for the second draft. The first draft usually came quickly, a stream of imagery and dialogue that ran to the margins, single-spaced.
The ring of the return oriented him, as did the world he saw in his mind’s eye: the community he called Holt, a composite of towns in Colorado where he had lived as a boy. His father was a Methodist minister, and the family moved often.

“Plainsong” describes the interlocking lives of several families: aging brothers, a pregnant teenager they take in, young boys whose mother suffers from depression. It was the first book he wrote using his distinctive regimen — he produced much of it in the summers while he taught at Southern Illinois University in Carbondale — and he spent six years writing it. Critics praised his spare sentences and the depth and believability of his characters and their circumstances. Writing in Newsweek, Jeff Giles called the book “a moving look at our capacity for both pointless cruelty and simple decency, our ability to walk out of the wreckage of one family and build a stronger one where it used to stand.”

giovedì 6 aprile 2017

PAOLO COGNETTI FINALISTA STREGA 2017 - 24 MAGGIO A CASA DI MARTA

Ho cominciato a scrivere Le otto montagne un giorno di giugno del 2014, scendendo con il mio amico montanaro per una gola che chiamano Vallone della Forca. È un toponimo comune sulle Alpi: la forca o forcella è un passo particolarmente angusto, che noi avevamo appena superato per buttarci giù dall'altra parte. Ci lasciavamo alle spalle un posto a cui, per motivi diversi, siamo entrambi legati. Un sentiero interrotto da una frana, una conca in cui raramente s'incontra qualcuno, un grande lago dall'aria cupa, gli ultimi boschi, ruderi, pietraie. Il posto che poi è al centro di questo romanzo che ho scritto. Camminando io e il mio amico non parliamo molto, però ci piace ogni tanto indicare le cose e condividere con l'altro i ricordi che alle cose sono legati. Su quel sentiero c'è la baita col tetto di lamiera dove io ho passato una notte, anni fa, senza chiudere occhio sotto il temporale, e poco dopo l'alpeggio in cui la mamma del mio amico saliva da bambina, in groppa a un mulo che ragliava alla luna. C'è il punto in cui lui ha bivaccato in primavera, illudendosi di passare una notte romantica con la sua futura moglie furibonda, e quello in cui io a dodici anni ho piantato la tenda con mio padre, dopo aver fatto il bagno nel lago e cantato davanti al fuoco. Queste storie le conosciamo già, ce le siamo raccontate tante volte, ma camminando per quei posti non è noioso riascoltarle, è come veder riaffiorare nell'altro i ricordi e si è contenti di essere lì mentre succede, onorati di venire accolti in quel luogo così privato. Noi due ci stupiamo sempre di aver condiviso gli stessi sentieri in una vita precedente, ed è probabile che una volta o l'altra ci siamo pure incontrati - io un bambino di città che camminava davanti a suo padre, lui un ragazzo di montagna scontroso e solitario - senza poter immaginare che in un futuro lontano vent'anni saremmo diventati amici. Queste sono le cose che di solito ci diciamo, e ce le saremo ripetute anche quella mattina di giugno.

Poi avevamo superato il colle, la forca. Ecco un'altra sensazione che mi piace tanto in montagna: quegli ultimi metri prima dello spartiacque, il senso improvviso di apertura, il momento in cui puoi guardare di là e di colpo ti si stende davanti un mondo nuovo. Nessuno di noi due si era mai spinto in quel vallone. Non avevamo più racconti di là, niente più ricordi, niente più malinconia: prendevano il loro posto l'allegria della discesa e l'ebbrezza dell'esplorazione. L'altro versante era tutto diverso dal nostro, una gola sassosa che precipitava verso il fondovalle. In inverno aveva nevicato parecchio, così nel tratto più alto, anche se ormai era estate, ci buttammo giù scivolando per i nevai ghiacciati, il mio amico con la sua tecnica della raspa che più tardi gli sarebbe costata una caviglia, io a balzi perché non so sciare. In basso poi la neve finiva e cominciava un bosco secco, di larice e pino silvestre, con un sottobosco di erbe alte in cui il sentiero spesso si perdeva. Ma a noi piace quando in montagna si perde il sentiero, e te ne devi inventare uno. E a me personalmente piace essere quello che lo inventa, ma anche essere quello che segue l'inventore. Quella volta il mio amico andava avanti e io ero contento di seguire i percorsi tracciati da lui, perché dovevo pensare.

Ecco a cosa stavo pensando: da tempo volevo scrivere una storia di montagna, di padri e figli e di amicizia maschile. Credo di avere appena spiegato perché questi temi nella mia testa sono tanto legati tra loro. Sapevo che ci sarebbe stata una montagna intorno alla mia storia, un padre all'inizio di tutto, e due amici al centro; e sapevo che il suo respiro sarebbe stato più ampio del solito, per i modelli che avevo in mente e per la scrittura che volevo ottenere. Ero in cerca del mio Due di due e del mio Narciso e Boccadoro, del mio In mezzo scorre il fiume e del mio Gente del Wyoming. E quel giorno, nel Vallone della Forca, andando dietro al mio amico fuori dal sentiero, mi ricordo di aver pensato: ma ce l'hai già, questa storia, è tutta qui, non la vedi? La devi solo raccontare. Hai i personaggi, i ricordi, i luoghi, non ti resta che mettere insieme i pezzi e trovare le parole. Soprattutto hai la cosa più importante, e cioè il sentire che questa storia è viva dentro di te, è vera, ti accompagna da sempre, e adesso che l'hai vista non puoi più pensare ad altro che a scriverla. Vai a casa e comincia. Di colpo c'ero già dentro fino al collo.

Poi me la sono presa comoda, perché ci ho messo due anni. Fosse stato per me, ne avrei impiegati anche tre o quattro. Io sarei come quei pittori che la mattina si alzano, si stiracchiano, guardano il quadro per un'ora o due, poi danno una pennellata e la giornata di lavoro è finita. Ma per fortuna con il lavoro bisogna anche guadagnarsi da vivere: dico che è una fortuna perché, per quelli come me, il morso della vita alle chiappe della scrittura fa un gran bene, aiuta a non stare troppo comodi e a non perdersi nei propri vizi. Ci ho messo due anni ma avrebbero potuto essere pochi mesi. Ho idea che non sarebbe cambiato nulla: questa storia è uscita così com'è, non ho riscritto quasi niente, non ho fatto prove ed errori, non ho buttato pagine su pagine, non mi sono mai sentito in crisi per non sapere dove andare, e a metà del lavoro ho addirittura abbandonato i miei amati quaderni perché non servivano più, potevo scrivere direttamente in bella. È una sensazione magnifica quando succede così. La scrittura esce dalle mani e non hai che da seguire la storia fino alla fine. Mi ricordo i giorni in cui scrivevo l'ultimo capitolo, di nuovo in giugno, lavorando per ore come non mi era mai successo, sentendo che non potevo permettermi di fermarmi, aspettare, perdere tempo, perdere il ritmo: uscivo a camminare, tornavo a casa e mi rimettevo a scrivere. Sono arrivato all'ultima frase negli stessi giorni dell'anno, dentro la stessa baita, sullo stesso tavolo dove avevo scritto la prima. Così come avevo pensato comincia!, ho pensato: ho finito. E adesso è questo libro che esce oggi. Non so se mi ricapiterà mai, è stata una gran bella avventura.


mercoledì 1 febbraio 2017

19ESIMO INCONTRO - 28 MARZO - L'ARTE DELLA GIOIA





Ne “L’arte della gioia” Goliarda Sapienza dipinge l’affresco di una donna libera e liberata dai vincoli dei pregiudizi, delle aspettative per noi e per chi amiamo, dai legami soffocanti che chiamiamo amore. E’ un libro molto fisico, centrato com’è sulla natura e il corpo. Fisico è il rapporto di Modesta, la protagonista, tosta carusa, con le idee che mai diventano ideologia, ma cibo della e per la mente. Che si tratti di politica o di poesia l’importante è allargare la mente, spaziare in mondi nuovi, inoltrarsi nel magma confuso e molteplice che la circonda e trovare il modo di respirare un’aria sempre nuova. Si può dire anarchica o socialista rivoluzionaria, se non altro per il percorso esistenziale e politico che attraversa la sua vita, ma si rischia di ingabbiarla dentro a una categoria, ad attaccarle delle etichette, che sono il contrario del suo modo libero di vivere.
Dalla cella del convento in cui passa la sua fanciullezza alle stanze infinite e, per lei, di ineguagliabile bellezza, del Carmelo, da tutti i personaggi più forti sa trarre lezione e, impudicamente, si serve. Dai favoritismi di madre Leonora ai modi prepotenti ma sottilmente perspicaci della principessa Gaia, Modesta guarda e apprende. E sfrutta abilmente le situazioni per dare soddisfazione alla sua brama di sapere: tutto vuole conoscere, per sete di apprendere, perché la sua mente non vuole porsi limiti e non per imporsi sugli altri o gareggiare. Anzi, tutto è finalizzato alla passione di confrontarsi con gli altri e così ampliare il proprio orizzonte. Mai porsi limiti, sempre andare oltre. E questo sembra essere il principio a cui si ispira la sua vita che ha attraversato gli anni cruciali del Novecento essendo nata il primo gennaio del millenovecento. Attraverso i suoi occhi la storia, personale e politica, è un intersecarsi di passioni perché il sacro fuoco della passione fa ardere Modesta e le dà coraggio, ottimismo, capacità di amare, gioia. E’ la passione che passa attraverso i sensi, il corpo, il suo motore ma che non degenera mai, non prende il sopravvento sulla comprensione e la consapevolezza di ciò che accade.
Infine, l’inanellarsi delle vicende va letto e non raccontato, col cuore sgombro, se possibile, di pregiudizi, e pronto a stupirsi di gioia.

GOLIARDA SAPIENZA INTERVISTATA DA ENZO BIAGI