venerdì 15 giugno 2018

17 LUGLIO - I FORMIDABILI FRANK con MICHAEL

Ogni infanzia racchiude in sé emozioni, esperienze e impressioni uniche destinate a plasmare irrimediabilmente gli adulti che saremo. Michael lo sa bene, e sa anche che la sua infanzia è stata eccezionale. È cresciuto a Laurel Canyon, sulle verdeggianti colline della Los Angeles degli anni Settanta, circondato dall'affetto delle famiglie dei genitori, legate a doppio filo essendo nate dai matrimoni di due coppie di fratelli. Ma c'è una persona in particolare che ha fatto di un'infanzia fuori dal comune il perfetto materiale per un romanzo di Henry James se avesse vissuto a Hollywood o per un film di Wes Anderson: zia Hank. Harriet Frank Ravetch, detta Hank, è una sceneggiatrice di Hollywood dalla personalità stravagante e magnetica: insieme a suo marito, lo zio Irving, anch'egli sceneggiatore, la donna, che non ha figli, si propone di far conoscere il mondo al nipote prediletto, trasmettendogli il suo punto di vista, il suo gusto, il suo «occhio» - insindacabile, ça va sans dire - per l'arte, la letteratura, gli oggetti e le persone. L'autore cresce così in un universo gerarchizzato inb. e n.b., buono e non buono, seguendo il precetto del creare «bellezza sempre». Tra mercatini dell'antiquariato e negozi di arredamento, serate a teatro e battute shakespeariane imparate a memoria, la zia «rapisce» il nipote e si trasforma inconsapevolmente in un dispotico Pigmalione. Solo grazie a questa formazione totalizzante Michael potrà essere un Formidabile Frank degno del suo nome. Col passare degli anni, però, il bambino diventato un ragazzo si rende conto di dover prendere le distanze dagli zii per poter crescere. La voglia di indipendenza si scontrerà con la caparbietà irriducibile di Hank, che condiziona non solo Michael, ma anche l'intera famiglia. Ma questa eccezionale figura, una sorta di «zia Mame» realmente esistente, non è l'unica Formidabile degna di essere raccontata: ci sono la nonna Huffy e la nonna Sylvia, che si odiano ma vivono insieme da quando sono rimaste vedove; i genitori di Michael, Merona e Marty, trattati come eterni fratelli minori; lo zio Irving, la sua freschezza, i suoi riti e la sua devozione per la moglie. E poi ci sono i luoghi, che sembrano assecondare l'ascesa e il declino delle persone che li affollano: l'appartamento delle nonne a dieci minuti di macchina da Laurel Canyon, la sontuosa maison degli zii, il mondo segreto dello stanzino dello zio Irving, le camere d'albergo, le sistemazioni temporanee o le case di altri che soffrono del tocco magico delle decorazioni della zia Hank.

martedì 1 maggio 2018

29 MAGGIO - IL MOMENTO DI UCCIDERE DI GRISHAM - SALEDEDE.IT

Hanno picchiato a sangue e violentato sua figlia. Carl Lee Hailey è nero ed è un eroe del Vietnam; loro sono due bianchi, ubriachi e razzisti. Li uccide, in preda ad una furia selvaggia, davanti a numerosi testimoni. Si tratta di brutale omicidio o esecuzione esemplare? Vendetta o giustizia? Il caso infiamma gli Stati Uniti. Per dieci giorni in un tribunale del profondo Sud americano si discute la colpevolezza di un uomo senza mai poter ignorare il colore della sua pelle.


presso saledede.it


martedì 20 marzo 2018

INCONTRO CON LE SCRITTRICI LIGURI RATTARO GIORGI SCHIAVETTA - 17 APRILE - LA PASSEGGIATA LIBROCAFFE'




incontro con le scrittrici Sara Rattaro (uomini che restano), Fiorenza Giorgi ed Irene Schiavetta (il mistero di san giacomo)


UOMINI CHE RESTANO: Sapere da dove vieni è l'unico modo per poterti ritrovare.» All'inizio non si accorgono nemmeno l'una dell'altra, ognuna rapita dal panorama di Genova, ognuna intenta a scrivere sul cielo limpido pensieri che dentro fanno troppo male. Fosca e Valeria si incontrano per caso nella loro città, sul tetto di un palazzo dove entrambe si sono rifugiate nel tentativo di sfuggire al senso di abbandono che a volte la vita ti consegna a sorpresa, senza chiederti se ti senti pronta. Fosca è scappata da Milano e dalla confessione scioccante con cui suo marito ha messo fine in un istante alla loro lunga storia, una verità che per anni ha taciuto a lei, a tutti, persino a se stesso. Valeria nasconde sotto un caschetto perfetto e un sorriso solare i segni di una malattia che sta affrontando senza il conforto dell'uomo che amava, perché lui non è disposto a condividere con lei anche la cattiva sorte. Quel vuoto le avvicina, ma a unirle più profondamente sarà ben presto un'amicizia vera, di quelle che ti fanno sentire a casa. Perché la stessa vita che senza preavviso ti strappa ciò a cui tieni, non esita a stupirti con tutto il buono che può nascondersi dietro una fine. Ti porta a perderti, per ritrovarti. Ti costringe a dire addio, per concederti una seconda possibilità. Ti libera da chi sa soltanto fuggire, per farti scoprire chi è disposto a tutto pur di restare al tuo fianco: affetti tenaci, nuovi amici e amici di sempre, amori che non fanno promesse a metà. Sara Rattaro racconta le nostre emozioni come se sapesse leggerci dentro. Sono nostre le paure e le speranze, le illusioni e gli smarrimenti di Venetofronte alle mille variabili dell'amore, alle traiettorie imprevedibili dell'esistenza. Sono eroi normali quelli che vincono in questa storia, donne e uomini che hanno il coraggio di lottare nei momenti più duri, di accettarsi senza indossare maschere, di tenere aperta la porta del cuore per esporsi al destino e ricominciare.


IL MISTERO DI SAN GIACOMO: La chiesa di San Giacomo è stata finalmente restaurata e restituita alla città di Savona, dopo secoli di abbandono. Ma nel corso dei lavori si scopre un raccapricciante segreto: i cadaveri di una donna e di un neonato. Solo una medaglietta al collo della poveretta e il suo orologio da polso potranno consentire agli inquirenti, grazie all’aiuto dei cittadini, di ricostruire la vicenda e dare un nome alle misteriose mummie. Toccherà a Ludovica Sperinelli, Pubblico Ministero savonese, svelare il mistero e scoprire il legame tra il ritrovamento e l’inspiegabile, crudele omicidio di un anziano invalido. Non sarà sola in questa impresa: avrà al suo fianco il Maggiore Duccio Pratesi, uomo galante, esperto d’arte, e l’immancabile maresciallo Francesco Mancini, che collaborerà alle indagini, questa volta, un po’ distratto da un’avventura che gli farà battere il cuore. Verrà alla luce una vicenda di amore, viltà, disperazione e vendetta, disegnata a tratti vividi sullo sfondo di una Savona rivisitata

mercoledì 7 febbraio 2018

VITA STANDARD DI UN VENDITORE PROVVISORIO DI COLLANT

La vita di Angelo Bazarovi, laureando in Lingue presso L'Università degli Studi di Verona, viene movimentata dall'incontro con l'imprenditore mantovano Celestino Lometto, produttore di collant. Lometto ha bisogno di un traduttore per poter vendere i propri prodotti all'estero e Angelo ha bisogno di guadagnare: i due cominciano così una serie di viaggi in Europa, nei quali le personalità opposte dei due protagonisti si completano e finiscono col fondersi, creando una sorta di mostro a due teste. Lometto presenta Angelo alla sua famiglia, composta dalla moglie Edda, di origini campane, e dai tre figli, i cui nomi finiscono tutti in "-ario" (Ilario, Berengario e Belisario), testimoniando la volontà di Celestino di creare una nuova "Razza padrona", che unisca economia e politica. Quando Edda rimane incinta del quarto figlio, Lometto, che sogna di avere un figlio presidente degli Stati Uniti, decide di inviare la moglie a partorire a New York, accompagnata da Angelo. Quando però, al momento del parto, si scopre che il figlio tanto desiderato da Celestino è in realtà una femmina, per giunta down, l'imprenditore ordina ad Angelo di eliminarla. Bazarovi, che si rifiuta, dà alla bambina il nome Aurora, in omaggio al nome della cagnolina del primario della clinica di New York in cui Edda ha partorito. Al ritorno in Italia, dopo aver mostrato Aurora (che Angelo chiama Giorgina Washington, con intento antifrastico) ad un testimone, per evitare che Celestino la uccida, si separa dalla famiglia Lometto. Poco più tardi, però, scoprirà che Aurora è morta soffocata dal cibo e per omissione di soccorso da parte di genitori e fratelli.





martedì 16 gennaio 2018

intervista a fabio cremonesi - ospite del 6 febbraio - TUTTO HARUF - la passeggiata librocaffè

Dopo la Trilogia della Pianura, Fabio Cremonesi ha tradotto anche l’ultima opera di Kent Haruf, Le nostre anime di notte, che ha subito raggiunto la vetta delle classifiche di vendita, confermando l’autore statunitense come uno dei più apprezzati del catalogo di NN Editore tra i lettori italiani.
Le nostre anime di notte, pubblicato postumo, ha ancora una volta come sfondo la piccola cittadina di Holt, che in questo romanzo ha un ruolo tutt’altro che secondario: la sua comunità giudica e biasima la relazione tra i due anziani protagonisti, Addie e Louis, rimasti entrambi vedovi e determinati ad “attraversare la notte insieme”, per lo meno finché sarà loro possibile. La scrittura di Haruf diventa qui ancora più intima, emozionale, ma anche “urgente”, come sottolinea nella nota conclusiva Cremonesi (qui di seguito intervistato).
Sei stato tu a proporre a NN Editore la traduzione delle opere di Kent Haruf o è stata la casa editrice ad affidartela? Com’è stato il tuo primo approccio con questo scrittore?
No, è stata l’editrice, Chicca Dubini – che l’aveva ricevuto da un agente – a darmelo da leggere per una valutazione. È stato un autentico colpo di fulmine, sia per me, sia per Chicca e per Gaia Mazzolini, l’allora caporedattrice prematuramente scomparsa. L’ho letto tutto d’un fiato, cosa insolita per un lettore lento come me, anche perché mi pareva un miracolo che un gioiello simile non fosse già stato acquisito da altri editori e mi pareva urgente tentare di prenderlo noi!
le nostre anime di notte di kent haruf, copertinaNella nota finale, scrivi: “Mentre leggevo Le nostre anime di notte continuavo a pensare all’autore, quest’uomo anziano e malato che lotta contro il tempo per riuscire a raccontare tutta la storia che ha dentro”. Il senso di urgenza e il delicato sentimentalismo di questo romanzo secondo te si devono dunque alla particolare condizione in cui è stato scritto?
Verso la fine del libro c’è una scena molto divertente in cui Addie e Louis parlano di uno spettacolo teatrale tratto da Canto della pianura. Addie chiede a Louis: “Potrebbe scrivere un libro su di noi. Ti piacerebbe?”. La risposta di Louis, che in quel momento è chiaramente un alter-ego dell’autore, è disarmante: “Non mi va di finire in un libro”. Questo è un uomo che sa di avere ancora poche settimane di vita e che anziché cedere alla disperazione e sedersi in veranda ad aspettare la morte, fa una cosa che non ha mai fatto prima: scrivere un libro in pochi mesi, anziché in cinque o sei anni, come aveva sempre fatto con gli altri romanzi. E in questo libro il tempo non è più quello ciclico, legato al susseguirsi delle stagioni, delle sue opere precedenti, ma è un tempo lineare, vettoriale oserei dire: una freccia che va in una direzione ben precisa. E il cuore di quest’ultima opera è un messaggio chiaro, semplice, emozionante: datevi, diamoci sempre un’altra chance; non importa come andrà a finire, anzi, sappiamo già che probabilmente andrà a finire male, ma diamoci comunque un’altra chance.
Immaginavi che le opere di Kent Haruf potessero riscuotere un tale successo tra i lettori italiani? Secondo te cosa lo ha determinato?
Be’, francamente direi che era impossibile prevedere un successo del genere, tanto che, a parte un timido tentativo di Rizzoli con Haruf nel 2000, nessun altro editore aveva creduto in questo autore. Ci sono tanti fattori che hanno determinato questo successo, di natura commerciale da una parte, di mutati gusti dei lettori dall’altra.
Commercialmente parlando i tempi erano maturi per una sorta di riscossa delle librerie indipendenti, dopo gli anni della crisi, dei grandi cambiamenti nel mercato determinati dal consolidamento delle catene di librerie, dalla nascita di colossi della vendita online, dalla crisi, tutti fattori che se da una parte hanno portato alla chiusura di moltissime librerie indipendenti, dall’altra parte, in modo un po’ inatteso, hanno aperto nuovi spazi di mercato per una generazione di librai che hanno saputo abbandonare l’idea di libreria generalista, in balia delle novità, per concentrarsi su un lavoro di proposta: sono librai che non fanno i magazzinieri (decine di scatoloni di novità da esporre ogni giorno, a cui corrispondono decine di scatoloni di resi per fare spazio in negozio), ma selezionano per i propri clienti, costruendo con loro un rapporto di fiducia e in questo modo (scusate il termine orribile) li fidelizzano. Ecco, in questo mutato contesto di mercato, Haruf è diventato il libro giusto al momento giusto per suggellare questo patto di fiducia tra “nuovi” librai e lettori forti e fedeli alla “loro” libreria. I librai l’hanno adottato quasi immediatamente, l’hanno proposto direttamente o attraverso i gruppi di lettura, hanno consolidato una relazione forte con un grosso numero di lettori soddisfatti, spesso anche gratificati per essersi sentiti parte della pattuglia dei “pionieri” di Holt, hanno – last but not least – ottenuto fatturati interessanti grazie ad Haruf.
E veniamo ora al punto di vista dei lettori: la cosa stupefacente è che Haruf sembra piacere a tutti, giovani e anziani, donne e uomini, lettori occasionali e raffinai critici. Questo secondo me avviene (l’ho già detto in diverse occasioni) perché Haruf affronta apertamente le grandi questioni dell’esistenza, quelle con l’iniziale maiuscola – l’amore che nasce e che si spegne, le relazioni famigliari, la morte (la propria e quella di una persona cara) – intercettando un bisogno a quanto pare molto diffuso tra i lettori, dopo gli anni dell’ironia, del cinismo, del disincanto. E lo fa in un modo che è tutto tranne che consolatorio: alla fine dei romanzi di Haruf i cattivi non vanno all’inferno, i buoni non vanno in paradiso; a Holt il prezzo delle proprie scelte, giuste o sbagliate che siano, si paga qui e ora.
Fabio Cremonesi, traduttore di Kent Haruf, intervistaDagli studi in storia dell’arte medievale, alla direzione di una multinazionale delle telecomunicazioni e infine all’editoria e alle traduzioni: il tuo è un percorso professionale piuttosto insolito, ti va di raccontarlo?
Giusto per inserirmi in una polemica recente, dico subito che non ho mai mandato un cv e non ho mai giocato a calcetto in vita mia! Ho studiato all’università di Pavia, per mantenermi agli studi ho sempre lavorato, prima come fattorino, poi come cameriere. Il mio primo lavoro stabile è stato come scaricatore in un corriere, poi c’è stato il call centre di una compagnia assicurativa, da lì ho fatto lo startup di Omnitel, dove sono rimasto dodici anni facendo una discreta carriera internazionale. A quel punto avevo messo un po’ di fieno in cascina che mi ha consentito di fare il salto nel mondo dell’editoria. Ho fondato una casa editrice, Gran Vía, che poi ho venduto; ho iniziato a tradurre quasi per caso, prima di scoprire che era la cosa che mi piaceva davvero fare, nel frattempo ho fatto per quattro anni il promotore editoriale (quello che vende i libri ai librai, per capirci: da qui la mia attenzione per il ruolo delle librerie), un po’ per sbarcare il lunario, un po’ perché mi pareva che fare il traduttore a tempo pieno rischiasse di “inselvatichirmi” troppo. Professionalmente parlando mi ritengo una persona molto fortunata e se dovessi ricominciare da capo, rifarei ogni singolo lavoro che ho fatto.
Oltre che per NN, hai tradotto diverse opere anche per Castelvecchi, Gran Vía, Keller, Marsilio, Zandonai: come si è instaurata la tua collaborazione con queste case editrici?
Ehi, c’è pure Adelphi! Come dicevo prima, non ho mai mandato un curriculum: la maggior parte dei contatti sono nati ai tempi in cui facevo l’editore, ma molte sono state anche le amicizie personali da cui sono nati rapporti professionali: lo dico senza imbarazzo, non credo di aver rubato il lavoro a nessuno, penso che la qualità del mio lavoro sia lì a dimostrarlo nel bene e nel male, visto che certe collaborazioni si sono approfondite, mentre altre si sono bruscamente interrotte!
Si dibatte spesso sulla difficoltà dei traduttori italiani di riscuotere i propri compensi: confermi? Riesci a vivere solo di traduzioni?
Ho iniziato a tradurre nel 2006 e faccio questo lavoro sistematicamente dal 2009. Oggi riesco a campare di sole traduzioni, ma ci ho messo qualche anno, sia perché naturalmente ho dovuto imparare un mestiere, anche a costo di accontentarmi di compensi che oggi naturalmente non accetterei più, sia perché in passato ho avuto diversi clienti che erano cattivi pagatori (qualcuno è poi fallito senza pagarmi, con altri ho dovuto mettere in mezzo un avvocato). L’anno della svolta per me è stato il 2014: mi sono detto che i clienti che non pagano non sono clienti e ne ho lasciato perdere qualcuno, la cosa ha funzionato, anche perché banalmente se lasci perdere i clienti cattivi hai più tempo da dedicare a quelli buoni!
Tra i romanzi pubblicati negli ultimi mesi, di quali ti sarebbe piaciuto occuparti? Hai altre opere in traduzione al momento?
Per carità, no! Nel 2016 ho tradotto sei romanzi, basta così. Scherzi a parte, purtroppo leggo molto meno di quanto vorrei (dopo dieci ore passate a tradurre, ho solo voglia di uscire, vedere gente, andare a sentire della musica: è uno dei paradossi del lavoro editoriale) e quindi non saprei se c’è qualcosa che mi sarebbe piaciuto tradurre. Al momento comunque sono molto soddisfatto perché sto traducendo un memoir di Jenny Diski, straordinaria scrittrice inglese quasi sconosciuta in Italia, nonché quasi-figlia adottiva di Doris Lessing.

martedì 3 ottobre 2017

5 DICEMBRE 2017 - PASTORALE AMERICANA DI PHILIP ROTH










Risultati immagini per pastorale americana

Pastorale americana di Philip Roth è stato il libro che mi è forse stato consigliato più di ogni altro, da tutti: condizione sufficiente per cui il mio giudizio, talmente galvanizzato, risultasse leggermente al di sotto dell’entusiasmo che lo ha accompagnato. Invece, se oggi dovessi elencare i cinque libri più belli che io abbia mai letto, Pastorale Americana troneggerebbe nella sua austerità, linearità e nel suo mistero. Non che io stia parlando di una cosetta: è il Pulitzer 1997. Però è un libro che ti cambia qualcosa. A livello umano, e a livello di scrittura.

Pastorale Americana è una famiglia che bruciaCome suggerisce la copertina italiana, ma non come fa intendere la quarta: lì è lo Svedese, protagonista del racconto, “nome magico” dell’infanzia dello scrittore, la cui vita si snoda in un arco di tempo delicatissimo per l’America Moderna, dagli anni ’50 agli anni ’80 del ‘900. Quello in cui Roth eccelle, però, è allargare il quadro. Ok lo Svedese, certo, d’accordo la figlia Merry, ma la moglie Dawn, e Rita Cohen? E suo padre, e la fabbrica? E gli anni ’60?
E l’American Dream?

Microstoria e macrostoria s’incontrano divinamente nel testoNel tentativo di comprendere una rabbia generazionale di cui la figlia del protagonista, Merry, è l’incarnazione. La loro rabbia è il combustibile, pensa lo Svedese, uno su cui tutti, da ragazzi, avevano scommesso la “fiche” del successo. Lo Svedese, quel campione di basket, che sposò quella meravigliosa Dawn, che prese con successo le redini dell’azienda del padre.

In Pastorale Americana però il successo non esisteIl libro tutto, forse, è una riflessione sulle possibilità che ti leva l’essere al mondo, per l’essere venuto al mondo a quel modo. E d’altra parte la costruzione dei personaggi non è da meno. Nessun personaggio vive a due dimensioni: c’è chi dà fuoco alle cose, chi tradisce, chi rifà la casa per farsi l’architetto, chi è troppo ubriaco per capire. Tutti disfano. Ardentemente.

“Non dimentichiamo l’energia”E’ l’inizio del discorso della 45° riunione degli allievi della scuola che Nathan Zuckerman, lo scrittore fittizio del romanzo, non tenne mai. È la riflessione che chi legga Pastorale Americana si porta dietro. L’energia che si respira tra quelle pagine sarebbe necessaria a far bruciare non un supermercato, ma un intero continente. È una scrittura precisa, affilata, arrabbiata, una scrittura che non si dà pace, di un uomo che non capisce.

Ma Pastorale Americana è un libro che non ti spiegaÈ come tutti i migliori libri: non ti spiega, ti racconta e basta. Entra in una vicenda, ne accarezza i protagonisti, accenna, e poi ti ci butta a capofitto, ti fa sguazzare nelle ragioni e nelle storie personali. C’impiega quasi 500 pagine, Roth, a spiegarsi il perché. Il romanzo, però si chiude con l’unico finale che un essere umano possa concepire: una domanda.


il nostro ospite stavolta sarà avstudio.it

mercoledì 19 luglio 2017

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore - RAYMOND CARVER - 3 ottobre 2017 presso UVA urban vineyard

http://www.piegodilibri.it/recensioni/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-damore-raymond-carver/

Finalmente torna in libreria Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver, per anni scomparso dagli scaffali e praticamente introvabile. La casa editrice Einaudi sta ristampando tutto Carver e questo libro in particolare è molto significativo.
La vicenda è abbastanza nota. È la storia di come il ‘minimalismo’ sia nato a tavolino. Una storia di esemplare editing letterario da una parte e un dramma umano dall’altra.
Da una parte Gordon Lish, editor della casa editrice Knopf, che riceve nel 1980 i racconti di Raymond Carver per revisionarli in vista della pubblicazione. Quest’ultimo sta uscendo da un periodo negativo e dall’alcolismo. Per lui questi racconti rappresentano una resurrezione. D’altra parte la revisione di Lish risulterà talmente radicale da destabilizzare per sempre Carver. Così nasce il minimalismo e finisce l’uomo.
Da una parte c’è un uomo pragmatico. Gordon Lish costruisce, con questa violenta azione editoriale, il ‘minimalismo’ dalla sua scrivania di potente editor. Taglia in alcuni racconti oltre il 50% del testo (in altri il 70%) in due fasi di correzione, di cui la seconda revisione risulta la più radicale.
Lettera Carver
Dall’altra parte di questa singolar tenzone, c’è il dramma umano di Raymond Carver. Proviamo a ricostruirlo attraverso alcuni brani estrapolati dalle lettere che lo scrittore scrisse al suo editor:
10 maggio 1980
Cristo santo, non ti far scrupolo di darci sotto con la matita sui racconti se serve a migliorarli; e se c’è qualcuno che può farlo sei solo tu. Voglio che i racconti siano i migliori possibili e che durino nel tempo. Non ho mai immaginato di arricchirmi o di guadagnarmi da vivere scrivendo poesie e racconti. Sai bene che il fatto che Knopf pubblichi un mio libro e che tu sia il mio editor per me è già abbastanza. Quindi dai pure gas e procedi a tutta birra.
8 luglio 1980
Dio mio, hai reso migliori tanti di questi racconti solo con una revisione leggera e qualche piccolo taglio. Ma per gli altri, per quegli altri tre [si riferisce ai racconti Se così ti piaceUna cosa piccola ma buona e Principianti], mi sa proprio che corro il rischio di tirare le cuoia se escono così. Anche se fossero più vicini a essere dei capolavori degli originali e la gente li leggesse ancora tra 50 anni, sarebbero lo stesso in grado di accelerare la mia dipartita, dico sul serio, tanto sono intimamente connessi alla mia guarigione, al mio recupero, al riconquistarmi quel minimo di autostima e senso di dignità come scrittore e come persona.
14 luglio 1980
Eccoti le mie ultime parole sull’argomento: ti prego di dare un’occhiata ai suggerimenti che ho inserito a matita e di prenderli sul serio, anche se alla fine dovessi decidere diversamente; se pensi che io sia il peggior nemico di me stesso, sai bene che c’è, be’, allora insisti con la versione finale della seconda revisione. Però, mi raccomando, daccela una terza o quarta occhiata. Il mio timore più grande è, o forse era, che siano tagliati troppo a corto.
Infine i racconti escono nell’aprile del 1981 nella ‘versione Lish’, completamente mutilati, ma utili per lanciare la scatola perfetta e ben confezionata del ‘minimalismo’ estremo sul mercato editoriale e facendo di Carver il cantore di questo nuovo stile e il re indiscusso della short story. Infine ecco cosa scrive Carver a Lish alla consegna dei racconti che costituiranno il nucleo centrale di Cattedrale.
11 agosto 1982
Perdonami, però stammi bene a sentire. Voglio dirti che, nonostante tutto e a dispetto di tutto, ho scritto racconti dal primo momento in cui sono atterrato in questo angolo boscoso quaggiù. Ho scritto come se ne andasse della mia vita e come se non ci fosse domani. E sappiamo entrambi che la prima cosa è vera e la seconda è una possibilità sempre aperta. Però, una cosa è sicura: i racconti di questa raccolta saranno più pienidi quelli dei libri precedenti. E questa, Cristo santo, è una cosa buona. Però so che tra questi 14 o 15 racconti che ti darò ce ne sono alcuni che ti faranno arricciare il naso, che non coincideranno con l’idea che la gente se è fatta di come deve essere un racconto di Carver – e per gente intendo te, me, i lettori in genere, i critici. Comunque, io sono loro, non sono noi, sono io. Può darsi che alcuni di questi racconti non si adattino facilmente a starsene allineati in fila con gli altri, è inevitabile. Però, Gordon, giuro su Dio e tanto vale che te lo dica subito, non posso subire l’amputazione e il trapianto che in un modo o nell’altro servirebbero a farli entrare nella scatola, di modo che il coperchio chiuda bene. Può darsi che qualche braccio o qualche gamba, qualche ciuffo di capelli, debbano spuntar fuori. Il mio cuore non può accettare alternative. Scoppierebbe, sul serio. Carissimo amico, fratello, sai cosa voglio dire e io so che capirai. Anche se penserai che ho torto marcio…
Infine rimane ad aleggiare un quesitoMeglio i racconti originali di Carver, ristampati come Principianti(dal celebre passaggio: «Ma, secondo me, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore») o il precedente Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?




Raymond Carver
Raymond Carver

Nel secondo i dialoghi sono sfoltiti e alcuni personaggi vengono addirittura zittiti dalle forbici di Gordon Lish. I protagonisti sono uomini e donne senza passato e senza sogni, colpevoli senza movente che si ritrovano in media res, come sonnambuli che sorprendano se stessi nell’atto inconsapevole di agire. Fantocci senza quel passato che Carver aveva invece immaginato e raccontato.
Lo stesso Carver in un’altra lettera, sempre rivolgendosi a Lish, sottolinea come alcuni passaggi revisionati risultassero assurdi: «Comunque, ci tengo molto che alcune delle cose tagliate vengano rimesse nei racconti definitivi. In Gazebo, per esempio. “Anche stavolta aveva ragione lei”. Un finale così è di gran lunga migliore e dà al racconto la giusta chiusa, quella che ci vuole, con il senso di perdita del narratore e un finale tagliente e perfetto per il racconto. Altrimenti, il narratore viene fuori come uno zoticone, un figlio di puttana, completamente insensibile alle cose che ci è andato raccontando. Altrimenti, perché disturbarsi a raccontarla, la storia, mi chiedo».




Gordon Lish
Gordon Lish

Secondo Philip Roth: «Timbro, ritmo, costruzione, tono, atmosfera, equilibrio, lessico, varietà, ripetizioni: nella versione originale di Principianti ogni cosa è perfettamente ponderata ed eseguita. Mai opera narrativa ebbe meno bisogno di revisioni».
Secondo Jay McInerney: «Scoprire la narrativa di Carver agli inizi degli anni Settanta fu un’esperienza che trasformò parecchi scrittori della mia generazione, un’esperienza paragonabile forse alla scoperta di Hemingway negli anni Venti. In effetti il linguaggio di Carver era inequivocabilmente simile a quello di Hemingway».
Forse qualche racconto è migliore nella ‘versione Lish’, qualche altro sarà meglio nell’originale. Non resta che prendere le due versioni dello stesso libro: Principianti Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e confrontare i due testi, leggendo prima un racconto e poi la sua presunta nemesi, solo così ci si può fare un’idea e rispondere al quesito iniziale: fu efferato delitto letterario o legittima revisione editoriale? Ai lettori l’ardua, definitiva sentenza.

Voluta_v1Acquista-Online_v1Raymond Carver
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore
What we talk about when we talk about love?
Traduzione di Riccardo Duranti
Einaudi, 2015



http://www.uvagenova.com/