mercoledì 17 giugno 2020

22 LUGLIO - I RAGAZZI DELLA NICKEL DI COLSON WHITEHEAD

Centro Balneare della Polizia di Stato di Genova Quinto



I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead (Mondadori). Concepito per un’America chiamata a confrontarsi con il suo presente e la storia più recente, ispirato a una storia vera, lascia emergere punti di vista e prospettive altrimenti inascoltate su razzismo e adolescenza negata.

Dobbiamo credere nel profondo dell’anima che siamo qualcuno, che siamo importanti, che meritiamo rispetto, e ogni giorno dobbiamo percorrere le strade della nostra vita con questo senso di dignità e di importanza.
(Martin Luther King)
Colson Whitehead, I ragazzi della Nickel
I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead è un romanzo concepito per un’America chiamata a confrontarsi con il suo presente e la storia più recente. Il destinatario appropriato è il lettore americano. Di ciò ci si rende conto scorrendo le numerose recensioni nella pagina Amazon dell’edizione originale. Il romanzo, infatti, lascia emergere voci – punti di vista e prospettive altrimenti inascoltate.
Non mancano, de relato, rilevanti implicazioni per il lettore europeo, anch'egli invitato a entrare nel merito delle vicende denunciate.
Teatro degli eventi è un istituto della Florida attivo dal 1900.
Un riformatorio dove il delinquente minorile, separato dai complici malvagi, possa ricevere una preparazione fisica, intellettuale e morale, venire riabilitato e reintegrato nella comunità con intenzioni e carattere adatti a un buon cittadino, a un uomo rispettabile e onesto con un mestiere o un’occupazione qualificata che gli permettano di mantenersi.
Colson Whitehead, I ragazzi della Nickel

In realtà si rivela essere un ambiente in cui si perpetrano delitti contro la dignità e la vita di chi vi è confinato, in particolare degli ospiti di colore, puniti in maniera brutale alla minima infrazione. 

Chi non sopravvive è seppellito in quella che viene nominata la «collina degli stivali».
I ragazzi sapevano di quel luogo maledetto. C’era voluta una studentessa della University of South Florida per mostrarlo al resto del mondo, decine di anni dopo che il primo ragazzo era stato infilato dentro un sacco di patate e scaricato lì.
Colson Whitehead, I ragazzi della Nickel

I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead è la storia dello sfortunato Elwood Curtis. Intelligente e intraprendente ragazzo di colore, interiorizza le idee di Martin Luther King e sogna un’America più aperta ed evoluta, libera, priva di barriere di tipo razziale. 

Militante dei diritti civili, ha l’avvenire nelle sue mani, conta di andare al college, di riuscire nella vita. Probabilmente non crede possibile che vi sia ancora molto, troppo da lottare, ma l'impraticabilità di alcune esortazioni di M.L.King mettono a dura prova il suo entusiasmo:
Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora… Ma state certi che vi logoreremo con la nostra capacità di sopportazione, e un giorno conquisteremo la libertà. E la conquisteremo non solo per noi stessi: appellandoci al vostro cuore e alla vostra coscienza conquisteremo anche voi, e la nostra vittoria sarà una doppia vittoria.
Colson Whitehead, I ragazzi della Nickel

Accusato ingiustamente – ha accettato un passaggio da un ladro d’auto - è accolto alla Nickel Accademy, un riformatorio del Sud. 

Si trova, insomma, nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Non perde tuttavia la speranza. Seguire le regole evitando i guai è, per lui, la via d’uscita più ragionevole.
Chi vi è entrato non ha molte opportunità: scontare la pena, attendere un provvedimento favorevole del tribunale, tentare la fuga, morire. O scoperchiare un universo di violenza e di corruzione,  sconfiggere un nemico di fatto invincibile e subdolo. Un'iniziativa simile al “meccanismo” messo in moto da Rosa Parks, la donna di colore che, su un autobus, si sedette occupando un posto riservato ai bianchi: è il 1955, otto anni dopo la Dichiarazione Universale dei diritti umani.


Elwood è fiducioso di ricevere alla Nickel l’istruzione superiore alla quale non intende rinunciare. L’ottimismo andrà deluso.

I ragazzi della Nickel è pure la storia di Turner, più concreto e meno idealista del suo compagno, a tratti cinico. 

Il punto di vista si sposta tra l’una e l’altra voce, in modo da consentire il dialogo tra le due anime del romanzo, la sognatrice e la realistica.
Si denunciano gli strascichi di un apartheid messo anzitempo sotto-vetro, ma rinsaldato dai numerosi episodi a sfondo razzista. Come si è detto, non si chiama in causa solo il mondo statunitense, il discorso coinvolge in larga scala i contesti e le realtà più diverse e la società umana nel suo complesso.


I temi affrontati oltrepassano gli aspetti razziali. Si parla infatti dell’adolescenza, di ragazzi difficili alla ricerca di una propria identità, costretti a maturare a seguito di un incidente di percorso e a dover affrontare pregiudizi lungi dall'esaurirsi. Viene, con ciò, scandagliato il destino di chi, afroamericano, è intrappolato da dinamiche, corsi e ricorsi storici irrisolti.
Ispirato a una storia vera (quella della Dozier School for Boys), quel che ha spinto Colson Whitehead a scrivere I ragazzi della Nickel, è ben espresso dallo stesso in una recente intervista:
I was struck by the absence of black voices. It was a predominantly black campus and most people they interviewed were not black. That was part of the impetus to write the book, imaging myself into their stories and imagining what black students went through.
Powell's Interview: Colson Whitehead, Author of 'The Nickel Boys'

mercoledì 20 maggio 2020

16 GIUGNO - CAMBIARE L'ACQUA AI FIORI - DAL VIVO FINALMENTE!

scalinataborghese.it


Un lettore ha scritto su internet che è il romanzo più bello del mondo. Capisco il suo entusiasmo. Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin è un libro raro. Buio e luminoso. Sentimentale e musicale («Se ti piace un cantante, a forza di cantarne le canzoni acquisisci quasi un legame di parentela»). Freudianamente gotico («I soli fantasmi a cui credo sono i ricordi, reali o immaginari che siano»). È un romanzo anche bislacco, a cominciare dal cognome della protagonista, Violette Touissant (in Francia significa chiamarsi come il giorno dei Morti), e dalla sua professione (guardiana di un cimitero, dopo essere stata custode di un passaggio a livello). Pieno di personaggi bizzarri ( come il becchino che si fa chiamare Elvis Presley, il suo idolo non soltanto canoro, e che battezza i gatti del camposanto con i titoli delle hit di The Pelvis: Spanish Eyes o Tutti frutti). Una Spoon River in cui Violette lustra la tomba di Anna Lave e Benjamin Dahan, la coppia più bella del cimitero, tiene il diario delle esequie («pioggia torrenziale... Centoventotto persone presenti alla sepoltura»), riceve e consola gli afflitti parenti con grappa di prugna, si commuove per una rivista con Johnny Halliday in copertina lasciata in una bara per ultima compagnia. Violette è orfana, sente di essere stata adottata da un libro, Le regole della casa del sidro di John Irving, l'unico romanzo letto (forse senza mai finirlo) in vita sua. Cambiare l'acqua ai fiori è una cavalcata di storie d'amore (disperate soprattutto), corale come un film di Lelouch. A volte è una commedia sofisticata, a volte «una commedia all'italiana senza la bellezza degli italiani». Alla fine è una grande tragedia, la più grande (raccontata come un noir di Boileau & Narcejac). I romanzi di cui ci s'innamora, scrive Valérie Perrin, si chiudono «col cuore pesante». Succede con questo libro. Ha ragione l'ignoto lettore: è il romanzo più bello del mondo. E merita un doppio voto. 10 + 10

mercoledì 29 aprile 2020

19 MAGGIO - ZOOM MEETING LESSICO FAMIGLIARE DI NATALIA GINZBURG

Quella di Natalia è una famiglia mediamente benestante, composta dai genitori, i quattro fratelli maggiori e lei stessa: il padre, biologo, è professore universitario e ha ottenuto una cattedra a Torino, dove la famiglia frequenta amici del mondo scientifico, culturale e imprenditoriale. Appassionato di montagna, il capofamiglia ha un animo inquieto, ma in fondo sembra avere solo due preoccupazioni: il futuro dei figli e l’andamento in borsa delle Immobiliari. Sa mantenere il sangue freddo, invece, quando ospita nella sua casa l’antifascista Filippo Turati, in fuga dall’Italia del Ventennio mussoliniano.
E mentre gli oppositori apertamente ostili alla dittatura diventano sempre più rari, la madre esce di casa ogni giorno dicendo “vado a vedere se hanno buttato giù Mussolini”. Ogni tanto il padre o qualcuno dei figli maggiori, nessuno dei quali fa mistero delle proprie opinioni politiche, viene arrestato per cospirazione; la madre si rassicura per il fatto che tra gli arrestati ci sono anche Carlo Levi, Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Cesare Pavese: “gente adulta, per bene e famosa”. Dopo le perquisizioni e gli arresti per attività antifascista, arrivano le leggi razziali e le persecuzioni, poi le bombe della Seconda Guerra Mondiale, che lasceranno segni indelebili su ciascuno di loro.

Anna Parodi, autrice di Dintorni, ci racconta del suo amore per questo libro.

https://books.google.it/books/about/Dintorni.html?id=CgrZDwAAQBAJ&printsec=frontcover&source=kp_read_button&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false

lunedì 27 gennaio 2020

LA BAMBINA DI NEVE DI EOWYN IVEY - IL PRIMO NOSTRO ZOOM MEETING


Una notte fatata porta la prima neve dell'anno. Stregati dai fiocchi che volteggiano nell'aria, Jack e Mabel costruiscono un pupazzo. Una bimba di neve. Che il mattino dopo misteriosamente scompare. Al suo posto, forse, una bimba bionda che corre nei boschi. Una bimba selvaggia che di tanto in tanto torna a trovarli. Una presenza struggente nelle terre estreme d'Alaska.

Sneguročka (in russo: Снегурочка) o Snegurka (cirillico: Снегурка), ovvero la "Fanciulla di Neve" o "Nevina" (russo: sneg = "neve") è un personaggio del folclore russo, che si ritrova in varie fiabe e leggende popolari. A partire dall'epoca sovietica, tale figura è stata associata anche al periodo natalizio, e al Capodanno in modo particolare, dove compare come nipote del portatore di doni Nonno Gelo (Ded Moroz).
Il personaggio, riconducibile probabilmente a credenze pagane degli antichi Slavi, divenne popolare nel XIX secolo grazie ad un'opera teatrale di Aleksandr Nikolaevič Ostrovskij. Alla figura di Sneguročka sono state dedicate opere teatrali e musicali, film, ecc.
Sneguročka viene descritta come una bella ragazza dai capelli biondi a treccia, che porta un vestito azzurro bordato di pelliccia.
Secondo la leggenda, Sneguročka sarebbe la figlia della Primavera e dell'Inverno e fa la propria comparsa d'inverno, per poi fare ritorno nel lontano nord durante l'estate. A lei è impedito di amare: se dovesse innamorarsi, il suo corpo si scioglie come la neve.
Come accompagnatrice di Nonno Gelo, vive insieme a lui a Velikij Ustjug e distribuisce regali ai bambini a bordo di una slitta.
Una leggenda racconta che Sneguročka era la figlia di due persone che non riuscivano ad avere figli e, per questo motivo, decisero di "fare" una figlia con della neve. Un giorno, Sneguročka, che d'estate si sentiva sempre triste, andò in un bosco con altre ragazze per raccogliere dei fiori; le ragazze accesero poi un falò, attorno al quale si misero a saltare: lo fece anche Sneguročka, che però si sciolse diventando una nuvola

venerdì 10 gennaio 2020

21 GENNAIO 2020 - OPINIONI DI UN CLOWN - HEINRICH BOLL



Lasciato dalla donna con cui conviveva per motivi legati alla morale cattolica il pantomime Hans Schnier subisce un crollo psicologico che comporta anche al suo declino artistico. Scettico nei confronti dei compromessi e delle convenzioni sociali, Schnier, figlio di una famiglia molto ricca, preferisce, davanti all'esperienza dell'abbandono e alle delusioni professionali, continuare a vivere come un clown onesto piuttosto di diventare un ipocrita. Il racconto del protagonista copre un arco di poche ore, continuamente interrotte da ricordi che alla fine diventano una forte accusa contro la famiglia, la società e la chiesa, filtrata da un'ironia spesso amara e provocatoria.

Leggendo le "Opinioni di un clown" (1963) in cui Böll esprime una critica molto aspra sullo stato morale della società tedesca del dopoguerra, possono venire in mente due immagini: la prima è quella del buffone di corte, quella figura presente nelle corti medievali che aveva il compito di divertire il sovrano in tutti i modi, compreso il diritto di dirgli in faccia anche le verità più scomode e persino di offenderlo. E il clown di Böll non risparmia ai suoi interlocutori le verità scomode spesso al limite dell'offesa. Ma il Hans Schnier, il personaggio creato da Böll, è un clown che non diverte più, è un uomo disperato sull'orlo di un fallimento personale e professionale.

Tutto il romanzo si concentra nello spazio di una serata, in una serie di incontri e telefonate con cui il pantomime Hans Schnier cerca di trovare soldi e soprattutto informazioni su dove si trovava la sua amata Maria che vuole riavere a tutti i costi. Ma nonostante l'aggressività verbale e la sfrontatezza con cui affronta le persone, Hans non è per niente una persona aggressiva: "io sono un povero diavolo molto semplice, sincero e privo di complicazioni" si autodefinisce. E una delle persone con cui litiga gli dice: "La cosa più grave è che lei è un innocente, vorrei dire quasi un puro".

La seconda immagine evocata dal clown è il bambino: il clown è puro, innocente e sincero come un bambino. "Siate come i bambini e il paradiso sarà vostro", disse Gesù. Da una parte il romanzo rappresenta la critica più dura della Chiesa cattolica che Böll ha mai espresso, dall'altra parte questa critica viene espressa da un personaggio, il clown, che pur essendo né cattolica né protestante, nelle sue opinioni è sempre profondamente cristiano. Nei suoi tentativi di riavere Maria è testardo come un bambino, niente lo fa infuriare di più dei ripetuti consigli del tipo: "Cerca di farti una ragione e comportati da persona adulta" che sente da tutte le parti. Con una certa autoironia il clown dice di se stesso: "Il più terribile dei miei mali è la predisposizione alla monogamia". Vuole Maria e nessun'altra. Accusa l'ambiente cattolico che Maria frequentava di averla portata via da lui e di averla condotta all'"adulterio" sposando un'altro, uno che è ben radicato nella gerarchia cattolica.

Hans è figlio di una delle famiglie più ricche e potenti della Renania degli anni 60 del secolo scorso e in questo ambiente trova altri obiettivi per le sue accuse: si ricorda perfettamente il passato nazista delle persone con cui parla e che in quell'epoca è ancora molto vicino, e non è disposto né a dimenticare né a perdonare. Questi ricordi attraversano tutto il romanzo, lo fanno diventare un’accusa molto dura contro gli opportunisti e i falsi convertiti che si trovano anche nei ranghi più alti della società.

Le opinioni del clown sono di un moralismo incorruttibile e intransigente, ma in quanto clown Hans rimane un accusatore isolato e disperato. Quando, alla fine, non riesce né a trovare soldi per la sopravvivenza, né un modo per ritrovare la sua amata Maria si dipinge come un clown e si mette seduto a terra davanti alla stazione centrale di Bonn mendicando e cantando canzoni religiose.

Una fine atroce e disperata, ma proprio per questo una condanna senza appelli della società bigotta e falsa degli anni del cosiddetto “miracolo economico” della Germania. Questo romanzo di Böll del 1963 è forse il più aspramente discusso, ha trovato critiche durissime, non solo negli ambienti politici e cattolici, ma anche in quelli letterari. Da all’altra parte ha suscitato anche molti consensi: il libro è tra quelli più venduti di Böll e dal libro è stato tratto anche un film di successo.

lunedì 25 novembre 2019

10 DICEMBRE - ADDIO FANTASMI DI NADIA TERRANOVA

strakkino.com/it

"Addio Fantasmi", Nadia Terranova alla libreria Laformadelibro il 6 dicembre 2018 Eventi a Padova
Una casa tra due mari, il luogo del ritorno. Dentro quelle stanze si è incagliata l’esistenza di una donna. Che solo riattraversando la propria storia potrà davvero liberarsene. Nadia Terranova racconta l’ossessione di una perdita, quel corpo a corpo con il passato che ci rende tutti dei sopravvissuti, ciascuno alla propria battaglia

lunedì 21 ottobre 2019

VIAGGIO LETTERARIO - BUDAPEST - DAL 26 AL 29 OTTOBRE

Marta, Elena, Alessandra, Alessandra, Tiziana, Valentina, Antonia


Budapest, capitale d’Ungheria, spesso paragonata a Parigi per la sua magnificenza, per la somiglianza delle strade, forse per la rinomata “simpatia” dei cittadini (sens de l’humor! nrd), e per la vita che ruota intorno ad un fiume, il Danubio che divide Buda, la città storica, da Pest, la città nuova. Un dualismo “simbiotico” come ha detto qualcuno che accresce ancor di più l’unicità di questa meravigliosa città dell’Est, con i suoi decadenti palazzi, ma allo stesso tempo eleganti. La decadenza (quasi una vena nostalgica) tipica delle città dell’ex URSS si percepisce già perdendosi nell’ammirare i paesaggi della periferia durante il tragitto in pullman dall’aeroporto al centro città. Decadenza in “ripresa’”, tipica delle città di mitteleuropa d’influenza sovietica,  forse dovuta anche al fatto che è stata ricostruita quasi interamente dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Fino al Medioevo i due quartieri di Budapest erano città indipendenti, unite da ponti su chiatte solo d’estate. Oggigiorno collegate da spettacolari ponti, il più importante quello delle Catene, davvero suggestivo soprattutto se lo si attraversa di sera; la vista con i monumenti delle due parti della città illuminati è davvero d’effetto. Pest è la parte più giovane, sempre in movimento, negozi all’ultima moda, ristoranti, i famosi bar, le meravigliose pasticcerie (eh si,  i dolci ungheresi sono davvero degni di nota, basti pensare alla torta tipica, la Dobos, cinque strati di pan di spagna, cioccolato e copertura al caramello), l’imponente Parlamento, simbolo di questa città, che si affaccia sul fiume, lungo la passeggiata per arrivarci si possono ammirare, con tanta nostalgia, le scarpe sulla riva del Danubio, opera che ricorda la strage di cittadini ebrei durante la seconda guerra mondiale, che venivano fucilati e gettati nelle acque del fiume. Lo stesso senso d’imponenza che si prova dinnanzi il Parlamento, dovuto anche alla stessa altezza di edificio (intenta a ricreare il giusto equilibrio tra parte religiosa e parte politica della città) lo si prova anche ammirando la Basilica di Santo Stefano, che ospita la reliquia del Re/ Santo, fondatore dell’Ungheria.
Oltre alle vie dello shopping, proprio alla fine della strada più famosa, Vàci Utca, c’è il mercato centrale, il più grande mercato coperto d’Europa; costruzione enorme di mattoni rossi, con il tetto ricoperto di maioliche. Ci si perde tra i suoi banchi di souvenir e specialità tipiche come gli spiedini di salsiccia, pancetta e formaggio o il Làngos, tipica “frittella” con panna acida e formaggio , e sulla quale si possono aggiungere vari ingredienti, e all’interno del mercato si può trovare il più buono della città!
Il quartiere ebraico di Pest, tappa obbligatoria per tutti i turisti che visitano la bellissima capitale ungherese, ha come cuore la Grande Sinagoga di Via Dohàny, la più grande d’Europa e la seconda più grande al mondo, in stile neo-moresco. Fanno parte del complesso della Grande Sinagoga anche il Museo Ebraico, con una vasta collezione di reliquie, alcuni oggetti rituali e anche una sala dedicata all’Olocausto, il cimitero e l’ultimo elemento, l’albero della vita, quasi un memoriale somigliante ad un salice piangente sulle cui foglie sono iscritti i nomi delle vittime dell’olocausto.
Nel cuore di Buda, nella quale ci si arriva con una caratteristica funicolare, sembra di essere catapultati indietro nel tempo, infatti salendo lungo la Scalinata degli Asburgo ci si trova davanti al fulcro della storia di Ungheria: il Palazzo reale, poi più avantila Chiesa di San Mattia con le sue guglie gotiche e il corvo con l’anello d’oro simbolo reale, e il Bastione dei Pescatori, costruzione singolare  con sette torri bianche dalla quale dalle sue terrazze vi si trova una vista indimenticabile che è valsa ad ottenere il titolo di patrimonio dell’UNESCO.
La capitale dell’Ungheria ha la seconda metropolitana più antica del mondo e le stazioni sono vere e proprie opere d’arte ‘vintage’. Budapest è luogo di paradossi, capitalismo e comunismo, con le due sponde opposte del fiume, religioni a confronto, eleganza e degrado. Comprendere questa doppia anima è l’essenza del viaggio nella capitale ungherese.
Budapest, la capitale dell’Ungheria, è tagliata in due dal Danubio. Il Ponte delle Catene, del XIX secolo, congiunge la zona collinare di Buda a quella pianeggiante di Pest. Una funivia collega la collina del castello al centro storico di Buda, dove il Museo storico di Budapest ripercorre la storia della città a partire dall'epoca romana. La Piazza della Santa Trinità ospita la Chiesa di Mattia del XIII secolo e le torrette del Bastione dei Pescatori, che offrono ampi panorami.


Budapest è la Parigi dell’Est.
(Anonimo)
Angelo, scendi dalle stelle, vai a Budapest.
(Sándor Márai)
Budapest è la più bella città del Danubio; una sapiente auto-messinscena, come Vienna, ma con una robusta sostanza e una vitalità sconosciute alla rivale austriaca. Budapest dà la sensazione fisica della capitale, con una signorilità e un’imponenza da città protagonista della storia.
(Claudio Magris)
La Budapest moderna è una creazione recente, ben diversa dalla citta ottocentesca che, come scriveva Mikszath, negli anni quaranta del secolo scorso beveva vermut serbo e parlava tedesco.
(Claudio Magris)
Architettonicamente Budapest è un tesoro. Qui ci sono edifici in stile barocco, neoclassico, eclettico e art nouveau in abbondanza. Nel complesso, però, di Budapest emerge il carattere fin-de-siècle. È stato allora, nel suo periodo d’oro, che ha visto la luce gran parte di quello che si vede ora.
(Steve Fallon)
Splendida architettura, pregevole artigianato, terme e spa, e inoltre una città con la vita notturna tra le più interessanti d’Europa: ecco le principali attrattive dell’Ungheria e della sua capitale, Budapest.
(Steve Fallon)
Tra le città più sottovalutate d’Europa, Budapest può essere tanto impegnativa quanto affascinante.
(Rick Steves)
La cucina ungherese non è solo gulasch e si può anche dire che sia tra le più sofisticate d’Europa. Gli ungheresi sostengono persino che al mondo ci siano tre tipi di cucina: la francese, la cinese e l’ungherese.
(Steve Fallon)
Mentre a Buda si prova spesso la sensazione di trovarsi in un giardino, Pest è una giungla urbana, ricca di palazzi, musei, edifici storici e ampi viali che non hanno uguali sulla riva opposta del Danubio.
(Steve Fallon)
Da ogni parte la città mostra i segni della sua storia: l’epoca imperiale imprigionata tra le pietre del Castello di Buda, il comunismo rievocato dal recente Parco delle statue, il relax senza tempo che le sorgenti termali offrono dall’età romana alla nostra.
(Michele Monina)
Budapest è affollata di statue, in un bronzo che le rende più vive e drammatiche del marmo.
(Paolo Di Paolo)
La magnificenza metropolitana di Budapest,che si basa sulla solida realtà di una crescita politico-economica, presenta il volto di un seducente illusionismo, che l’arte fotografica di Gyorgy Klosz ha colto con magica lucidità. Se la Vienna moderna imita la Parigi del barone Haussmann, con i suoi grandi boulevards, Budapest imita a sua volta questa viennese urbanistica di riporto, è la mimesi di una mimesi. Forse anche per questo assomiglia alla poesia nell’accezione platonica, il suo paesaggio suggerisce, più che l’arte, il senso dell’arte.
(Claudio Magris)
Budapest è un luogo privilegiato per i sogni.
(M. John Harrison)
Il Danubio scorre grande, e il vento della sera passa sui caffè all’aperto come il respiro di una vecchia Europa che forse è ormai ai margini del mondo.
(Claudio Magris)
A Budapest si può avvertire questo senso di un Europa dopo lo spettacolo, ma essa non è, come Vienna, solo un palcoscenico della rimembranza di gloria passate, bensì anche una citta robusta e sanguigna.
(Claudio Magris)
Il non-stile degli edifici eclettici e storicizzanti di Budapest, pesanti e e spesso adorni di decorazioni grevi, sembra, a tratti, un bizzarro volto del futuro, quel paesaggio storicizzante e insieme avveniristico delle metropoli anticipate dai film di fantascienza come Blade Runner.
(Claudio Magris)
La cosa più bella di Pest è la vista su Buda.
(Proverbio)
Il Danubio scorre verboso sotto i ponti titanici.
(Endre Ady)
Si fece assai serio allora il vecchio Danubio,
il fiero e primaverile umore gli si freddò in gola.
Pareva come un genio avvinazzato,
a malapena mi guardava in faccia
ed io, duro, insistente gli chiedevo di confessare
(Endre Ady)
Il Danubio non è blu, come vogliono i versi di Karl Isidor Beck che hanno suggerito a Strauss il titolo seducente e menzognero del suo valzer. Il Danubio è biondo, «a szöke Duna», come dicono gli ungheresi, ma quel biondo è una galanteria magiara o francese. Più restrittivo Verne pensava di intitolare un suo romanzo Le beau Danube jeaune. Giallo fangoso, acqua che si intorbida.
(Claudio Magris)
Cosa sarebbe Budapest senza il Danubio? Una Parigi senza Senna
(Michele Monina)