giovedì 6 aprile 2017

PAOLO COGNETTI FINALISTA STREGA 2017 - 24 MAGGIO A CASA DI MARTA

Ho cominciato a scrivere Le otto montagne un giorno di giugno del 2014, scendendo con il mio amico montanaro per una gola che chiamano Vallone della Forca. È un toponimo comune sulle Alpi: la forca o forcella è un passo particolarmente angusto, che noi avevamo appena superato per buttarci giù dall'altra parte. Ci lasciavamo alle spalle un posto a cui, per motivi diversi, siamo entrambi legati. Un sentiero interrotto da una frana, una conca in cui raramente s'incontra qualcuno, un grande lago dall'aria cupa, gli ultimi boschi, ruderi, pietraie. Il posto che poi è al centro di questo romanzo che ho scritto. Camminando io e il mio amico non parliamo molto, però ci piace ogni tanto indicare le cose e condividere con l'altro i ricordi che alle cose sono legati. Su quel sentiero c'è la baita col tetto di lamiera dove io ho passato una notte, anni fa, senza chiudere occhio sotto il temporale, e poco dopo l'alpeggio in cui la mamma del mio amico saliva da bambina, in groppa a un mulo che ragliava alla luna. C'è il punto in cui lui ha bivaccato in primavera, illudendosi di passare una notte romantica con la sua futura moglie furibonda, e quello in cui io a dodici anni ho piantato la tenda con mio padre, dopo aver fatto il bagno nel lago e cantato davanti al fuoco. Queste storie le conosciamo già, ce le siamo raccontate tante volte, ma camminando per quei posti non è noioso riascoltarle, è come veder riaffiorare nell'altro i ricordi e si è contenti di essere lì mentre succede, onorati di venire accolti in quel luogo così privato. Noi due ci stupiamo sempre di aver condiviso gli stessi sentieri in una vita precedente, ed è probabile che una volta o l'altra ci siamo pure incontrati - io un bambino di città che camminava davanti a suo padre, lui un ragazzo di montagna scontroso e solitario - senza poter immaginare che in un futuro lontano vent'anni saremmo diventati amici. Queste sono le cose che di solito ci diciamo, e ce le saremo ripetute anche quella mattina di giugno.

Poi avevamo superato il colle, la forca. Ecco un'altra sensazione che mi piace tanto in montagna: quegli ultimi metri prima dello spartiacque, il senso improvviso di apertura, il momento in cui puoi guardare di là e di colpo ti si stende davanti un mondo nuovo. Nessuno di noi due si era mai spinto in quel vallone. Non avevamo più racconti di là, niente più ricordi, niente più malinconia: prendevano il loro posto l'allegria della discesa e l'ebbrezza dell'esplorazione. L'altro versante era tutto diverso dal nostro, una gola sassosa che precipitava verso il fondovalle. In inverno aveva nevicato parecchio, così nel tratto più alto, anche se ormai era estate, ci buttammo giù scivolando per i nevai ghiacciati, il mio amico con la sua tecnica della raspa che più tardi gli sarebbe costata una caviglia, io a balzi perché non so sciare. In basso poi la neve finiva e cominciava un bosco secco, di larice e pino silvestre, con un sottobosco di erbe alte in cui il sentiero spesso si perdeva. Ma a noi piace quando in montagna si perde il sentiero, e te ne devi inventare uno. E a me personalmente piace essere quello che lo inventa, ma anche essere quello che segue l'inventore. Quella volta il mio amico andava avanti e io ero contento di seguire i percorsi tracciati da lui, perché dovevo pensare.

Ecco a cosa stavo pensando: da tempo volevo scrivere una storia di montagna, di padri e figli e di amicizia maschile. Credo di avere appena spiegato perché questi temi nella mia testa sono tanto legati tra loro. Sapevo che ci sarebbe stata una montagna intorno alla mia storia, un padre all'inizio di tutto, e due amici al centro; e sapevo che il suo respiro sarebbe stato più ampio del solito, per i modelli che avevo in mente e per la scrittura che volevo ottenere. Ero in cerca del mio Due di due e del mio Narciso e Boccadoro, del mio In mezzo scorre il fiume e del mio Gente del Wyoming. E quel giorno, nel Vallone della Forca, andando dietro al mio amico fuori dal sentiero, mi ricordo di aver pensato: ma ce l'hai già, questa storia, è tutta qui, non la vedi? La devi solo raccontare. Hai i personaggi, i ricordi, i luoghi, non ti resta che mettere insieme i pezzi e trovare le parole. Soprattutto hai la cosa più importante, e cioè il sentire che questa storia è viva dentro di te, è vera, ti accompagna da sempre, e adesso che l'hai vista non puoi più pensare ad altro che a scriverla. Vai a casa e comincia. Di colpo c'ero già dentro fino al collo.

Poi me la sono presa comoda, perché ci ho messo due anni. Fosse stato per me, ne avrei impiegati anche tre o quattro. Io sarei come quei pittori che la mattina si alzano, si stiracchiano, guardano il quadro per un'ora o due, poi danno una pennellata e la giornata di lavoro è finita. Ma per fortuna con il lavoro bisogna anche guadagnarsi da vivere: dico che è una fortuna perché, per quelli come me, il morso della vita alle chiappe della scrittura fa un gran bene, aiuta a non stare troppo comodi e a non perdersi nei propri vizi. Ci ho messo due anni ma avrebbero potuto essere pochi mesi. Ho idea che non sarebbe cambiato nulla: questa storia è uscita così com'è, non ho riscritto quasi niente, non ho fatto prove ed errori, non ho buttato pagine su pagine, non mi sono mai sentito in crisi per non sapere dove andare, e a metà del lavoro ho addirittura abbandonato i miei amati quaderni perché non servivano più, potevo scrivere direttamente in bella. È una sensazione magnifica quando succede così. La scrittura esce dalle mani e non hai che da seguire la storia fino alla fine. Mi ricordo i giorni in cui scrivevo l'ultimo capitolo, di nuovo in giugno, lavorando per ore come non mi era mai successo, sentendo che non potevo permettermi di fermarmi, aspettare, perdere tempo, perdere il ritmo: uscivo a camminare, tornavo a casa e mi rimettevo a scrivere. Sono arrivato all'ultima frase negli stessi giorni dell'anno, dentro la stessa baita, sullo stesso tavolo dove avevo scritto la prima. Così come avevo pensato comincia!, ho pensato: ho finito. E adesso è questo libro che esce oggi. Non so se mi ricapiterà mai, è stata una gran bella avventura.


mercoledì 1 febbraio 2017

19ESIMO INCONTRO - 28 MARZO - L'ARTE DELLA GIOIA





Ne “L’arte della gioia” Goliarda Sapienza dipinge l’affresco di una donna libera e liberata dai vincoli dei pregiudizi, delle aspettative per noi e per chi amiamo, dai legami soffocanti che chiamiamo amore. E’ un libro molto fisico, centrato com’è sulla natura e il corpo. Fisico è il rapporto di Modesta, la protagonista, tosta carusa, con le idee che mai diventano ideologia, ma cibo della e per la mente. Che si tratti di politica o di poesia l’importante è allargare la mente, spaziare in mondi nuovi, inoltrarsi nel magma confuso e molteplice che la circonda e trovare il modo di respirare un’aria sempre nuova. Si può dire anarchica o socialista rivoluzionaria, se non altro per il percorso esistenziale e politico che attraversa la sua vita, ma si rischia di ingabbiarla dentro a una categoria, ad attaccarle delle etichette, che sono il contrario del suo modo libero di vivere.
Dalla cella del convento in cui passa la sua fanciullezza alle stanze infinite e, per lei, di ineguagliabile bellezza, del Carmelo, da tutti i personaggi più forti sa trarre lezione e, impudicamente, si serve. Dai favoritismi di madre Leonora ai modi prepotenti ma sottilmente perspicaci della principessa Gaia, Modesta guarda e apprende. E sfrutta abilmente le situazioni per dare soddisfazione alla sua brama di sapere: tutto vuole conoscere, per sete di apprendere, perché la sua mente non vuole porsi limiti e non per imporsi sugli altri o gareggiare. Anzi, tutto è finalizzato alla passione di confrontarsi con gli altri e così ampliare il proprio orizzonte. Mai porsi limiti, sempre andare oltre. E questo sembra essere il principio a cui si ispira la sua vita che ha attraversato gli anni cruciali del Novecento essendo nata il primo gennaio del millenovecento. Attraverso i suoi occhi la storia, personale e politica, è un intersecarsi di passioni perché il sacro fuoco della passione fa ardere Modesta e le dà coraggio, ottimismo, capacità di amare, gioia. E’ la passione che passa attraverso i sensi, il corpo, il suo motore ma che non degenera mai, non prende il sopravvento sulla comprensione e la consapevolezza di ciò che accade.
Infine, l’inanellarsi delle vicende va letto e non raccontato, col cuore sgombro, se possibile, di pregiudizi, e pronto a stupirsi di gioia.

GOLIARDA SAPIENZA INTERVISTATA DA ENZO BIAGI

giovedì 24 novembre 2016

DICIOTTO: SI DIVENTA MAGGIORENNI CON JANE EYRE - 31 GENNAIO 2017

Come sempre, penso che i valori veri e più belli dell’essere umano, non siano né moderni né antichi. Ma sono di una “giustezza” pura. Jane cresce in una famiglia di lontani parenti in quanto orfana, vive in orfanotrofio, conosce il dolore. Jane ha dignità, integrità morale, bada a sé stessa, eppure non si monta la testa, pur sapendo fronteggiare con forza disumana le avversità della vita.
Non per questo diventa mascolina o gareggia con gli uomini; non è bella, É specificato nel romanzo: come a dire che non è agevolata nella vita.. eppure.. Si innamorerà di lei quel fantastico e controverso personaggio che É anche un grande uomo, il signor Rochester. Non della sua bellezza quindi, ma della sua specifica, unica, forza e dolcezza interiore, che la rendono naturalmente attraente. Più della famosa ,ricca e bellissima signora Ingram corteggiatrice strenua di Rochester.

lunedì 26 settembre 2016

PROSSIMO INCONTRO - 22 NOVEMBRE 2016 - presso CAVALIER MARINO IN VIA ACHILLE NERI

Nella Vienna fin de siècle, abbandonato da Lou Salomé, giovane donna dal fascino incantevole con cui ha condiviso un esaltante ménage à trois, Friedrich Nietzsche, schivo, solitario, asociale, è in preda a una disperazione estrema che gli ha fatto tentare più volte il suicidio. Uno stato che si manifesta con una moltitudine impressionante di sintomi: emicrania, parziale cecità, nausea, insonnia, febbri, anoressia. Gli è accanto Joseph Breuer, stimato medico ebreo, futuro padre fondatore della psicanalisi, che sottopone il filosofo alle sue cure, basate sulla convinzione che la guarigione del corpo passi attraverso quella dell'anima. Reduce dal difficile rapporto con un'altra paziente, Anna O., su cui ha sperimentato un trattamento psicologico rivoluzionario, anche Breuer è in preda a una depressione profonda dovuta alla forte attrazione che prova per la donna, a dissapori matrimoniali, al senso di soffocante prigionia causata dai legami e dalle convenzioni della vita borghese. Tra Breuer e Nietzsche, nel corso di numerose sedute successive, si instaura un dialogo serrato e coinvolgente nel corso del quale il primo cerca invano di arrivare alle radici del male oscuro del filosofo e di indurlo ad aprirgli il cuore. Alla fine, il medico ha l'idea risolutiva: vestiti i panni del paziente e confessando tormenti, pene e preoccupazioni a Nietzsche, riesce a infrangerne l'impenetrabile isolamento e a provocare in lui una liberatoria catarsi emotiva.