giovedì 20 maggio 2021

22 GIUGNO 2021 - ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO

 


Mi chiamo Eleanor Oliphant e sto bene, anzi: benissimo.Non bado agli altri. So che spesso mi fissano, sussurrano, girano la testa quando passo. Forse è perché io dico sempre quello che penso. Ma io sorrido, perché sto bene così. Ho quasi trent’anni e da nove lavoro nello stesso ufficio. In pausa pranzo faccio le parole crociate, la mia passione. Poi torno alla mia scrivania e mi prendo cura di Polly, la mia piantina: lei ha bisogno di me, e io non ho bisogno di nient’altro. Perché da sola sto bene. (…) E se me lo chiedete, infatti, io sto bene. Anzi, benissimo.

lunedì 26 aprile 2021

18 MAGGIO 2021 - L'AFFRONTO DI YASMINA KHADRA


Attraverso una storia avvincente, il cui eroe oscuro è un poliziotto che indaga un atto di violenza sulla propria moglie, Yasmina Khadra ci offre un intenso viaggio letterario e un’inchiesta di grande tensione psicologica in una Tangeri dominata dalla corruzione, dal vizio e dalla violenza.

 

Sarah, bella signora di una famiglia ricca e potente del regno del Marocco, è stata violentata nella sua villa a Tangeri. Quella notte, Driss, il marito, era assente. È un funzionario di polizia di umili origini che ha fatto carriera grazie alla protezione del suocero. Le indagini, secondo un costume consolidato, si avviano in modo inerte; il vicecommissario di turno se la prende con un disgraziato qualunque, preoccupandosi soprattutto di salvaguardare se stesso. Finché Driss non prende in mano il caso e lo porta avanti in modo nevrotico. Circondato dall’invidia, non troppo sotterranea, dei colleghi, spinto da un sentimento diviso tra l’amore e la vendetta d’onore, arriva a lambire gli ambienti più privilegiati.
È sottilmente bravo Yasmina Khadra a unire allo svolgimento incalzante della trama l’approfondimento psicologico di un conflitto importante. Il marito è sincero nel dolore, ma istintivamente sente oltraggiata la propria atavica supremazia proprietaria nei confronti della donna; la moglie avverte il proprio corpo «che ormai è solo carne contaminata», ma rifiuta di soccombere a una cultura che per tradizione la vuole colpevole e che giustifica la ripugnanza del marito. I romanzi di Khadra, da anni tradotti in tutto il mondo, sono polizieschi che mirano a rappresentare una realtà più vasta. Il gioco dei personaggi, la loro inconfondibile caratterizzazione, gli permettono di attraversare, registrandone cause e fenomeni, l’intera stratificazione sociale. Una società claustrofobica, impaurita e diseguale, ma non tanto lontana, in fondo, dalla nostra.

mercoledì 3 febbraio 2021

CARRERE - VITE CHE NON SONO LA MIA - 23 MARZO 2021


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Lo scrittore francese Emmanuel Carrère, in una narrazione in prima persona, ci immerge in quel disastro indescrivibile che è stato il maremoto che ha colpito gran parte del sud-est asiatico e l’Oceano Indiano nel 2004.
Carrère, è in Sri Lanka, con la famiglia, in vacanza. Il rapporto fra lo scrittore e la moglie è in crisi, questo per loro potrebbe essere l’ultimo viaggio assieme poiché hanno deciso di separarsi.
Il 26 dicembre, la tragedia. Arriva una muraglia d’acqua che si infrange sulle coste, uno Tsunami che uccide molti uomini, donne e bambini, e tutto cambia.
Dolore, devastazione, disperazione è tutto ciò che rimane al ritiro dell’onda.
Per una pura coincidenza, né lo scrittore né alcun membro della sua famiglia rimarrà vittima della violenza di quelle onde gigantesche a cui invece hanno assistito fortunatamente al sicuro nel loro albergo di lusso, sulla collina. Hanno scoperto, tuttavia, che il mare, tra le sue vittime, ha portato con sé anche una bambina, Juliette, figlia di una coppia francese con la quale erano diventati amici. Juliette aveva solo quattro anni, e la sua morte lascia nel cuore dei suoi genitori un vuoto indicibile.
Il corpo della bimba non si trova, trascinato chissà dove. I genitori di Juliette iniziano a cercarla. É impensabile per loro accettarne la morte senza aver rivisto almeno il corpo della loro piccola. Helène, la moglie dell’autore, schiacciata da questa disgrazia, decide di aiutare i suoi amici, e si dedica anima e corpo, instancabile, alla ricerca di Juliette attraverso gli ospedali della regione, visitando celle frigorifere, parlando come possibile con i medici, incontrando altri sopravvissuti.
Lo scrittore ricostruisce quei difficili giorni post Tzunami, lo strazio di chi ha perso un famigliare, la disperata ricerca di chi vuole portare a casa almeno un corpo da seppellire e anche la gioia di chi si ritrova inaspettatamente.
Helène e Emmanuel tornano a Parigi, cercano di riannodare le fila delle proprie vite dal punto in cui le avevano lasciate prima di partire, ma una brutta notizia li attende: la sorella di Hélène, si chiama Juliette pure lei, si è riammalata di un tumore che pensava d’aver sconfitto da bambina. Le resta poco tempo da vivere ed affronta il proprio destino con grande coraggio e con una forza che contraddistingue solo una mamma che sa che sta per lasciare le sue tre bambine.
Il dolore come aspetto inevitabile, ineluttabile della vita.
Sofferenze immense quelle descritte dall’autore in questo libro, il dolore di una figlia perduta in un onda mostruosa, ed il dolore di tre bambine che vedranno il cancro portarsi via la madre.
Un libro durissimo, emotivamente impegnativo la cui potenza risiede nella grande capacità dello scrittore di scavare a fondo in quel che non vorremmo mai vivere, in tutto ciò che esattamente coincide con la morte, sia nel suo aspetto più clamoroso (lo Tsunami sulle coste del Pacifico nel 2004), sia in quello più quotidiano, in cui lo spettro della malattia devasta un piccolo mondo, una famiglia, un lavoro, delle amicizie.
“Vite che non sono la mia” perché Carrère vive fortunatamente quasi da spettatore entrambe le tragedie, destini funesti che con molta modestia, empatia ed equilibrio ci racconta.
WRITTEN BY
RadioBullets
Le notizie che non leggerete sui vostri giornali (qualcuna sì, ma non a lungo).


 

mercoledì 18 novembre 2020

26 GENNAIO 2021 - IL DECORO DI DAVID LEAVITT CON FABIO CREMONESI ED ALESSANDRA OSTI


Qualche giorno dopo l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, in una lussuosa villa del Connecticut, alcuni amici newyorkesi appartenenti all’alta borghesia intellettuale si ritrovano per riprendersi da quella che considerano la più grande catastrofe politica della loro vita. Si rifugiano in campagna nella speranza di ristabilire la “bolla” in cui sono abituati a vivere. Eva Lindquist, la padrona di casa, propone una sfida. Chi di loro sarebbe disposto a chiedere a Siri come assassinare Trump? Nessuno, a eccezione di un cinico editore, raccoglie la provocazione. Gli amici progressisti di Eva e del marito Bruce con la loro pavida reazione introducono uno dei temi portanti del romanzo: la paura di fronte a un nuovo clima politico. Delusa dal suo paese, dove non si sente più “a casa” e al sicuro, Eva decide di partire per Venezia, città che ha conosciuto e amato in gioventù. Lì, quasi per caso, visita un affascinante appartamento e decide di acquistarlo. Il soggiorno in quella città la aiuta a cercare un nuovo modo di immaginare il mondo. Intorno a quello di Eva si intrecciano i destini degli altri personaggi, che prendono forma attraverso dialoghi incalzanti e ironici, nei quali si configurano possibili soluzioni a esistenze segnate dall’inquietudine. Ecco allora i tradimenti, le fughe e la menzogna a coprire tutto. Il decoro affronta gli imprevedibili appetiti d’amore, di potere e di libertà che plasmano la vita pubblica e privata delle classi privilegiate. Un romanzo che parla del bisogno di sicurezza e dell’istinto di scoperta, del rapporto tra altruismo e autoconservazione e della natura effimera di un certo tipo di ricercatezza.



Oltre i bigotti anni cinquanta e gli spudorati anni sessanta

di Fabio Cremonesi

Malgrado un noto proverbio inglese reciti Two’s company, three’s a crowd (“Due fanno una coppia, tre fanno una folla”, giusto per essere un po’ infedele all’originale!), credo che per un traduttore essere chiamato a ritradurre opere di narrativa già edite in italiano sia una delle esperienze più stimolanti. Forse è semplicemente l’idea che a essere in due si è meno intimiditi di fronte all’autore: sì, capita anche questo nella “rocambolesca” vita di un traduttore. Io per esempio sono terrorizzato al pensiero che, dopo In Gratitudine, uscito l’anno scorso (per NN), mi aspettino altre due opere di Jenny Diski, eppure sapere che una delle due è una ritraduzione mi conforta assai.
O forse a essere seducente è proprio l’idea che, di fronte a un dubbio sulla bontà di una soluzione, ci sia la possibilità di allearsi di volta in volta con l’autore o con il precedente traduttore per ottenere una “maggioranza numerica” impossibile da raggiungere quando si è a tu per tu con il solo autore (ma come? – si obietterà – l’ultima parola spetta sempre all’autore, il che è vero solo se non si considera che l’autore non sta parlando in italiano, quindi a volte, con dolcezza e senza forzature, al traduttore tocca convincerlo della bontà delle proprie scelte traduttive).

Perché si ritraduce?

Ma a questo punto mi pare il caso di fare un passo indietro per la domanda che mi viene rivolta più spesso quando mi capita di parlare di ritraduzioni: perché si ritraduce?
Ovviamente le risposte sono infinite e disparate, da quella più ovvia – non tutte le traduzioni sono buone traduzioni – ad altre più sfuggenti, per esempio che le traduzioni invecchiano, come è facile constatare per esempio leggendo una traduzione degli anni trenta di un romanzo ottocentesco; ci sarebbe poi da fare un discorso sugli standard traduttivi di oggi, che, contrariamente ai luoghi comuni, sono molto più elevati di quelli di un tempo: la storica traduzione di Bice Giachetti-Sorteni di La montagna incantata di Thomas Mann, per citare un caso notissimo, era un’eccellente traduzione per i suoi tempi, ma oggi lo standard è quello definito dalla magistrale versione di Renata Colorni, che tra l’altro fin dal titolo – La montagna magica – corregge quello che oggi è giustamente considerato un errore madornale. Questo aumentare degli standard ha, peraltro, delle motivazioni molto concrete: sia perché la platea dei possibili traduttori tra cui le case editrici scelgono si è enormemente ampliata rispetto al passato, sia perché i traduttori oggi dispongono di una risorsa formidabile come il web, inteso come immenso archivio di informazioni ma anche come “intelligenza collettiva”. Inoltre, più prosaicamente, oggi come oggi qualunque traduttore ha la possibilità di mandare una e-mail o di telefonare per pochi spiccioli all’altro capo del mondo.

In altri casi a far optare per una nuova traduzione è la volontà dell’editore di dare un’unica voce all’intera produzione di un autore (è il caso di Canto della pianura di Kent Haruf, ritradotto dal sottoscritto per NN, dopo che in Rizzoli era apparsa la bella traduzione di Fabrizio Ascari). Altre volte ancora la ritraduzione serve anche a restituire al lettore nella sua integrità un testo a suo tempo mutilato dalla censura o, come nel caso dello splendido E il vento disperse la nebbia di James Leo Herlihy, appena uscito per Centauria, dall’autocensura (redazionale o forse operata dal traduttore stesso, chissà) della prima edizione italiana. Nella precedente edizione del 1960, tanto per capirci, era stato omesso un paragrafo intero solo perché conteneva la parola “inguine”. La censura in questo caso appare particolarmente bizzarra in quanto il romanzo tratta dell’educazione sentimentale di un adolescente di provincia in un momento di svolta nella storia degli Stati Uniti: il passaggio tra i bigotti, puritani anni cinquanta e i libertari, “spudorati” anni sessanta: in un contesto del genere, togliere ogni riferimento alla fisicità dei personaggi significa depotenziarlo fino a renderlo quasi incomprensibile, reticente laddove l’originale è conturbante, frigido laddove dovrebbe risultare provocante.

15 DICEMBRE - L'IMPREVEDIBILE PIANO DELLA SCRITTRICE SENZA NOME DI ALICE BASSO


 Dietro un ciuffo di capelli neri e vestiti altrettanto scuri, Vani nasconde un viso da ragazzina e una innata antipatia verso il resto del mondo. Eppure proprio la vita degli altri è il suo pane quotidiano. Perché Vani ha un dono speciale: da piccoli indizi che sembrano insignificanti, coglie l'essenza di una persona, riesce a mettersi nei suoi panni, pensare e reagire come avrebbe fatto lei. Un'empatia profonda, un intuito raffinato, uno spirito di osservazione fuori dal comune, sono le sue caratteristiche. E di queste caratteristiche ne ha fatto il suo mestiere: Vani è una ghostwriter per un'importante casa editrice. Scrive libri per altri. L'autore le consegna la sua idea, il materiale su cui documentarsi e lei riempie le pagine delle stesse identiche parole che avrebbe utilizzato lui. Un lavoro svolto nell'ombra. E a Vani sta bene così. Anzi, preferisce non incontrare di persona gli scrittori per cui lavora.

Fino al giorno in cui il suo editore non la obbliga a fare due chiacchiere con Riccardo, autore di successo in preda ad una crisi di ispirazione. I due si capiscono al volo e tra loro nasce una sintonia inaspettata fatta di citazioni tratte da Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck. Una sintonia che Vani non credeva possibile. Da tempo ha smesso di credere che potesse capitare anche a lei. Per questo sa di doversi proteggere perché dopo aver creato insieme un libro che diventa un fenomeno editoriale senza paragoni, Riccardo sembra essersi dimenticato di lei.
E quando il destino mette in atto il suo piano imprevisto e fa incrociare di nuovo le loro strade, Vani scopre che in amore nulla è come sembra. Questa volta è difficile resistere a Riccardo e a quell'alchimia che pare non esser mai svanita. Proprio ora che Vani ha bisogno di tutta la sua concentrazione, di tutto il suo intuito. Un'autrice per cui sta lavorando è stata rapita e la polizia vuole la sua collaborazione. Perché c'è un commissario che ha riconosciuto il suo talento unico e sa che solo lei può entrare nella mente del sequestratore.
Come nel più classico dei romanzi Vani ha davanti a sé molti ostacoli. E non c'è nessuno a scrivere la storia della sua vita al posto suo, dovrà scegliere da sola ogni singola parola, gesto ed emozione.
L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome è il sorprendente esordio di Alice Basso. Una voce nuova, unica, esilarante pronta a colpirvi pagina dopo pagina. Un tributo al mondo dei libri, all'amore che non ha regole e ai misteri che solo l'intuito può risolvere. Una protagonista indimenticabile che vi dispiacerà lasciare alla fine del romanzo. 

mercoledì 23 settembre 2020

LA SPOSA LIBERATA - ABRAHAM YEHOSHUA - 17 NOVEMBRE 2020

 




Yehoshua analizza il rapporto difficile fra due mondi, due culture, la israeliana e l’araba, che cercano una difficile, forse impossibile convivenza.

Il protagonista del libro è il professor Rivlin, docente di letteratura mediorientale all’Università di Haifa, sposato felicemente con Haghit, una pragmatica ed austera giudice distrettuale. Hanno due figli, uno dei quali, Ofer, dopo un solo anno di matrimonio ha divorziato dalla bella Galia per motivi misteriosi e mai chiariti. Sono ormai passati cinque anni e il professor Rivlin è ossessionato dal fatto che il figlio, che ora vive a Parigi, non si sia rifatto una vita al contrario dell’ex moglie. Rivlin apprende infatti casualmente (mentre alloggia nella pensione di cui la famiglia della ex nuora è proprietaria) che Galia si è risposata ed attende un figlio...

Accanto a questa storia se ne affiancano altre che vedono sempre Rivlin al centro della narrazione, mentre il tema del matrimonio sembra essere quello che intrighi di più l’autore: matrimoni riusciti, matrimoni falliti, matrimoni che si stanno celebrando, matrimoni virtuali, matrimoni fra persone di età diverse e di diverse etnie che lasciano il lettore alle prese con molti e diversi interrogativi che l’autore sembra non voler svelare.

Molto interessante l’analisi del rapporto fra i personaggi arabi, soprattutto Rashed, sua cugina Samaher e il cameriere factotum Fuad e gli ebrei, lo stesso Rivlin e sua moglie, ma anche il vecchio professore italiano, Carlo Tedeschi e la sua giovane e inquieta moglie Hana; e ancora Tehila, la sorella di Galia, in un caleidoscopio di viaggi dentro e fuori i territori occupati, a Gerusalemme, ad Haifa, mentre i personaggi tutti concorrono ad una narrazione a volte troppo lenta, ma ricca di fascino, dove l’uso delle metafore, dei simboli, delle allegorie ci consegnano ancora una volta l’immagine di uno scrittore davvero straordinario, capace di costruire immagini indelebili nel nostro immaginario.



martedì 28 luglio 2020

27 AGOSTO - SERATA MEDITATIVO-LETTERARIA CON MIRNA GRASSO



Tema pianeta Terra.
ciascuna potrà portare un brano o una poesia che lo racconti, o anche qualcosa di autoprodotto se qualcuna è ispirata!
Lettura e meditazione dovrebbero facilitarci un po' la connessione con la madre terra in una sorta di preghiera laica (o anche religiosa, in base alla sensibilità di ognuna) a sostengo nostro, del pianeta e di tutti i suoi abitanti.