giovedì 8 maggio 2014

la ragione della scelta del prossimo incontro del 15 luglio su "cent'anni di solitudine"

La ragione della proposta di leggere (o rileggere) “ Cent’anni di solitudine” sta tutta in queste righe, che Baricco ha scritto immediatamente dopo la scomparsa di Marquez.
Per noi ragazze del club si tratta sorprendentemente di un altro pezzetto del puzzle che trova il suo posto nelle nostre riflessioni.
Le tasche piene di frasi di Gabo (di Alessandro Baricco) 19/04/2014
Ricordo di Márquez attraverso la scoperta dei luoghi autentici che lo hanno ispirato. Macondo esiste, è dove si danza con Gabo .
Si muore tutti, ma qualcuno muore di più. Ci ho messo poco a capire, giovedì sera, che la scomparsa di García Márquez non era solo una notizia, ma un piccolo slittamento dell’anima che in molti non dimenticheranno. L’ho capito dai messaggi che arrivavano, dalle sue frasi che iniziavano
a piovere e rimbalzare ovunque.
Era anche abbastanza tardi, la sera, in quelle ore in cui inizia a non starci più niente, nella tua giornata, e se si ottura il lavandino lasci perdere e rimandi a domani. Eppure in così tanti ci siamo fermati, un attimo, e abbiamo saltato un battito del cuore.
Che poi, diciamocelo, avevamo avuto anni per abituarci all’idea: Gabo se n’è scivolato nell’ombra lentamente, con una certa timidezza, e in fondo nel modo più gentile possibile. Quasi assurdo, per uno che aveva scritto l’eterna e iperbolica morte della Mamà Grande. E’ come se Proust fosse morto facendo sci nautico. Ma, insomma, il tempo lui ce l’aveva dato, per un commiato indolore. Credo che molti ragazzini l’abbiano letto, in questi anni, e perfino amato, pensando che fosse uno già morto (al contrario, ragazzi: nonostante l’apparenza, non morirà mai). Eppure, al momento buono, quando si è staccato dalla vita, silenziosamente come una figurina calciatori da un album vecchissimo, ci ha fatto male, e ormai è andata così.
Agli altri non so, ma a me ha fatto male perché io, a Garcia Marquez, devo un sacco di cose. Tanto per cominciare, i venti secondi in cui ho letto per la prima volta le ultime righe di L’amore ai tempi del colera: avevo qualcosa come trent’anni e credo di aver smesso lì, in quel preciso istante, e per sempre, di avere dubbi sulla vita. Devo a una sua frase, che un editor gli avrebbe sicuramente tagliato, la certezza che se dio ha creato il mondo, gli uomini hanno poi creato gli aggettivi e gli avverbi, trasformando un’impresa tutto sommato noiosetta in una meraviglia (no, la frase me la tengo per me). Ho imparato da lui che scrivere è una faccenda di generosità, un gesto senza vergogna, una mossa imprudente e un riflesso sproporzionato: se non è così, quel che stai facendo, tutt’al più, è letteratura. Ho scoperto, leggendolo, che i sentimenti possono essere repentini, passioni devastanti, le donne infinite; che gli odori non sono dei nemici, le illusioni non sono degli errori, e il tempo, se esiste, non è lineare: tutte cose che non mi avevano dato in dotazione quando mi hanno spedito a vivere. Gli sono grato per la risposta che, rigirandosi semiaddormentato nella sua amaca, il colonnello Buendia diede un giorno quando lo avvertirono che era arrivata una delegazione del partito per discutere con lui del bivio a cui era arrivata la guerra: «Portateli a puttane». E soprattutto: non mi riuscirà di dimenticarlo perché non ho letto una sola sua pagina senza ballare. Anche nelle pagine brutte (ce ne sono) non si smette mai di ballare. Io non c’entravo, io non so ballare, ma lui sì, e non c’era verso di farlo smettere. E quando se ne vanno quelli con cui hai ballato, metaforicamente o no, c’è qualcosa della tua bellezza che se ne va per sempre.
Devo anche dire che per anni ho amato i libri di Garcia Marquez
da lontano, senza aver mai messo piede in Sudamerica. Poi una volta sono finito in Colombia. È stato un po’ come finire a letto con una donna con cui ti eri scritto lettere per anni. Tanto per capirci, quando ai colombiani tu citi l’espressione “realismo magico” quelli vanno a terra dal ridere. Comunque non capiscono cosa significa. Perché quello che noi cerchiamo di definire, loro lo posseggono come normale andazzo delle cose, atavico paesaggio del vivere, ordinaria catalogazione del creato. Ti fermi a chiacchierare dieci minuti con un cameriere e sei già a Macondo. È che siamo poveri e abitiamo una terra complicata, mi ha spiegato una volta un poeta di quelle parti. Quindi le notizie non viaggiano, il sapere si sfarina, e tutto si tramanda nell’unica forma che non conosce ostacolo e non costa niente: il racconto. Poi, con una certa coerenza, mi ha raccontato questa storia vera (ma vera, lo capite, da quelle parti è una parola piuttosto evanescente). Un paese sulla costa, per la festa grande, ingaggia un circo della capitale. Il circo si imbarca su una nave e fa rotta verso il paese. Non lontano dalla costa, però, fa naufragio: tutto il circo va a fondo, e le correnti se lo portano via. Due giorni dopo, in un paese vicino (ma vicino, da quelle parti,
significa poco, perché se non c’è una strada che spacca la foresta potresti essere anche a mille chilometri), i pescatori escono la sera a tirare le reti. Non sanno niente dell’altro paese, niente del circo, niente del naufragio. Tirano su le reti e dentro ci trovano un leone. Non fanno una piega. Tornano a casa. Com’è andata oggi?, avranno chiesto al pescatore, a casa, tutti intorno al tavolo, a cena. Ma niente, oggi abbiamo pescato leoni.
Noi questa cosa la chiamiamo “realismo magico”. Capite bene che quelli non capiscono.
Insomma, sono finito in Colombia e allora tutto mi è parso finale e compiuto. Soprattutto se ci si spinge nella foreste caraibiche del nord, dove Garcia Marquez è nato e dove, invisibile e senza fine, dimora Macondo. I corpi, i colori, la natura vorace, gli odori, il caldo, i colori, l’indolenza febbrile, la bellezza esagerata, le notti, le solitudini, ogni pelle, qualunque parola. Quando sono tornato, ho dovuto rileggere tutto da capo, ed è stato come ascoltare da un’orchestra una musica che avevo sentito alla chitarra. Lì ho capito che c’è un solo modo di ballarla: sudando. Con la camicia fradicia, dunque, continuerò a ballare e poco importa se la figurina si è staccata dall’album: sono dettagli. Ho le tasche piene di frasi di Gabo, e all’occorrenza, sarà un nulla trovare due luci e un parquet su cui farmi portar via.


Lucy

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andiamo?

incontri precedenti novembre e febbraio





Espiazione con lode
La Mostra al 75mo con un parterre eccellente di divi e autori. E un asso nella manica: l'adattamento del libro di McEwan diretto da Joe Wright
Espiazione di Joe Wright tratto dal bestseller dell'anglosassone Ian McEwan è un gran bel film. James McAvoy, già visto nell’Ultimo re di Scozia, è bravissimo e scommettiamo che vincerà più di un premio, incominciando (forse) proprio dal festival di Venezia, di cui Espiazione è l’evento di apertura (chapeau a Marco Muller). Ma la rivelazione si chiama Saoirse Ronan: gallese, nome impronunciabile, sullo schermo è l’alter ego della giovane Briony Tallis inventata da McEwan, ed è la protagonista di un altro film molto atteso: The Lovely Bones tratto dall’omonimo libro (Amabili resti) di Alice Sebold e diretto da Peter Jackson. Il plot di Espiazione ruota intorno a una domanda affascinante: esiste uno scrittore che non abbia avuto la tentazione di cambiare il corso della storia delle sue creature? Di riservargli un destino migliore o persino peggiore? Questo potere di vita e di morte sui personaggi può diventare reale? Dietro l’adattamento, piuttosto fedele, di Atonement, titolo originale di Espiazione, c’è la mano di Christopher Hampton, premio Oscar per Le relazioni pericolose e insignito nell’arco della sua carriera di numerose onorificenze per lavori letterari; ma Joe Wright, classe ’72, trascorsi televisivi, che ha esordito al cinema due anni fa con l’elegante trasposizione di Orgoglio e pregiudizio, ha davvero talento. Espiazione presentava più di una difficoltà, soprattutto la sua trasposizione in immagini (e che trovate anche visive...). La trama, un vero campo minato, ha un fil rouge: una grande passione negata, in mezzo la seconda guerra mondiale, sullo sfondo la crudeltà di una ragazzina dall’ego troppo sviluppato. La tredicenne Bryoni, la cui fervida immaginazione le fa commettere un atto spaventoso, che rovina l’esistenza di sua sorella Cecilia (Keira Knightley) e del suo innamorato Robbie (James McAvoy), accusato ingiustamente di violenza sessuale. Ottima partenza quindi per il concorso veneziano, diretto da Muller, che schiera un parterre di divi (e film) da fare invidia anche a Cannes. Oltre a Keira Knightley, c’è Vanessa Redgrave (finale magistrale) per Espiazione, George Clooney per il legal thriller di Tony Gilroy Michael Clayton (opera prima), Brad Pitt per The Assassination of Jesse James. Poi Richard Gere, Cate Blanchett, Christian Bale ecc. in una multipla performance della vita di Bob Dylan (I’m not There) firmata da Todd Haynes (che manca da Venezia dal bel Lontano dal Paradiso). Michael Caine e Jude Law per il remake di una spy story, Sleuth, diretti da Kenneth Branagh. I nomi, sulla carta, ci dicono che la giuria ufficiale, presieduta da Zhang Yimou e formata da soli registi (tra cui Ferzan Ozpetek ed Emanuele Crialese) non avrà vita facile. Quanto ai nostri, nel mare magnum dell’offerta, colpisce la scelta di Muller: Paolo Franchi, Vincenzo Marra, Andrea Porporati.

VITA DI PI
Piscine Molitor Patel è un ragazzino indiano che viene preso in giro a causa del suo nome fino a ridurlo semplicemente in Pi Patel. È attratto dalle religioni al punto da iniziare a professarne tre insieme. Suo padre gestisce uno zoo ma, a causa dell'instabile situazione politica ed economica dell'India negli anni Settanta, decide di emigrare con la famiglia in Canada per rifarsi una vita, dopo aver venduto tutti gli animali. La famiglia salpa insieme ad alcune bestie destinate agli zoo canadesi, ma, durante il viaggio, la nave affonda, causando la morte dei familiari di Pi (i genitori e il fratello) e di quasi tutti gli animali. Soltanto Pi e quattro animali (una zebra, un orango, una iena ed una tigre del Bengala di nome Richard Parker) riescono a salvarsi raggiungendo una scialuppa di salvataggio.
La scialuppa vaga nell'oceano per diversi giorni e Pi assiste terrorizzato all'uccisione della zebra e dell'orango da parte della iena e alla morte di quest'ultima per mano di Richard Parker. Rimasto solo con la tigre, Pi medita di ucciderla per timore di essere ammazzato a sua volta. Intanto sulla scialuppa trova un kit di sopravvivenza per i naufraghi: dei distillatori d'acqua marina, delle scorte di cibo e acqua, degli attrezzi per la pesca, giubbotti di salvataggio e altri oggetti cui costruisce una zattera che lega alla scialuppa per stare a distanza dalla tigre. Col passare dei giorni, decide di addestrarla dimostrandosi autoritario per farsi ubbidire e per stabilire gli spazi sulla scialuppa, ma anche amichevole e generoso per aiutarla a sopravvivere.
Pi imparerà a pescare e uccidere e a combattere contro le avversità. Pur temendo spesso di morire e consapevole di essere in balia del fato, la speranza di sopravvivenza, la fede in Dio e la condivisione degli oggetti e degli spazi con Richard Parker lo motiveranno facendolo diventare comunque un uomo più risoluto e sicuro. Si affezionerà ad alcuni animali marini e resterà ammirato dai delfini, dalle balene e dagli squali. Non mancheranno gli scontri psicologici con la tigre e imprevisti come tempeste o periodi torridi, cui conseguirà malessere fisico, mentale e morale. Durante il viaggio incrocerà una nave petroliera ma non riuscirà a segnalare la propria presenza e verrà abbandonato.
A causa degli stenti, Pi perderà la vista per alcuni giorni, durante i quali farà un incontro con un altro naufrago, ma Richard Parker lo ucciderà per sbranarlo. Pi e la tigre approderanno su un'isola deserta popolata solo da suricati. Ma poi scoprirà che l'isola non è altro che un agglomerato di alghe corrosive e letali, di conseguenza la abbandonerà. Alla fine, dopo 227 giorni di naufragio, approderà in Messico dove Richard Parker, con il quale ha costruito un rapporto speciale, fuggirà in una foresta abbandonandolo.
In ospedale, davanti ai due agenti della compagnia assicuratrice della nave trarrà le conclusioni morali e religiose della sua peregrinazione e davanti alla loro incredulità, gli proporrà un altro racconto, più semplice e senza animali, invitandoli a scegliere: i due intervistatori opteranno per la storia con Richard Parker. Il libro è diviso in tre parti, ma possiede pure una struttura unitaria. La prima parte è composta dalle elucubrazioni di un ragazzo sulla spiritualità e la vita in India. La seconda (che comprende la maggior parte del testo) è la fusione del ricordo dettagliato e realistico della sopravvivenza e di una fantastica allegoria, in uno stile medioevale.
L'ultima, dove Pi viene salvato e la verità della sua intera esperienza è messa in dubbio, penetra più a fondo nell'analisi della duplice sete per la sopravvivenza e per la fede. L'ultima parte offre anche veramente al lettore la possibilità di scegliere la versione della storia che preferisce. Pi mostra due modi di guardare la stessa realtà e scegliere la storia "migliore" richiede un atto di fede. Ci sono tre importanti religioni d'interesse in questa storia: l'induismo, l'Islam ed il Cristianesimo, rappresentate da Pi Patel. Anche il concetto filosofico di ateismo è raffigurato dal signor Kumar.

i pensieri volano la condivisione danza I love you all girls!


lunedì 5 maggio 2014

incontro del 7 maggio 2014

Genova, 7 maggio 2014
Club Letterario

Murakami Haruki
Dance Dance Dance.


  1. Perchè Dance Dance Dance ?ù

Da quando abbiamo iniziato a vederci ho pensato che vi avrei voluto proporre questo libro che ho letto ormai una decina di anni fa e che avrei voluto rileggere. È un libro che non mi era rimasto impresso per la trama ma per le sensazioni che mi aveva lasciato e che poi ho ritrovato in altri romanzi di Murakami. Rileggendolo oggi mi sono resa conto di quanto questo libro, come molti altri, letti in fasi diverse della vita ti danno messaggi inediti e ti lasciano emozioni nuove.
Trovo anche che questo libro sia stato il terzo “nostro” libro per caso non a caso.
In Vita di P. Piscine affronta le sue paure, in primis quella più grande che è quella della morte di cui Richard Parker pare essere un’incarnazione, e capisce che “solo la paura può sconfiggere la vita (..) dunque devi sforzarti di parlarne. Se non lo fai, se la paura diventa un’oscurità inespressa che cerchi di evitare e che forse riesci persino a dimenticare, ti esponi ai suoi attacchi futuri.”
In Espiazione Briony affronta la vita adulta espiando la colpa infantile, vivendo il dolore e la paura della morte dagli altri come infermiera in prima linea; Robbie a guerra quasi finita, dopo aver visto decine di persone morire senza volerle o poterle salvare, trova una sublimazione dell’amore per Cecilia nel momento in cui capisce che la guerra, che rappresenta in qualche modo la morte collettiva,  stessa rende tutti in qualche modo colpevoli, come se anche la colpa di “Briony” che gli aveva rovinato la vita non avesse più l’importanza vitale che aveva prima della guerra stessa.
In Dance Dance Dance il protagonista è alla ricerca di se stesso, vive momenti di straniamento dal mondo reale che lo portano nella dimensione del sogno e dell’inconscio e per questo in qualche modo mi sembra esplorare interrogativi universali. Sullo sfondo del capitalismo avanzato degli anni ’80 lui si sente in qualche modo estraneo alla realtà che richiede di vivere velocemente e in contatto continuo con gli altri. Lui si sente diverso, si accorge di strani collegamenti tra le cose, è sempre attratto da un angolo buio – il polveroso Dolphin Hotel nascosto solo per lui dentro un Hotel più moderno – e da una presenza – quella dell’uomo Pecora – inquietante ma affascinante allo stesso tempo. Anche per lui paura e morte sono esperienze fondamentali per quella che mi sembra possa essere una “liberazione” verso un’esistenza più vera, meno condizionata, che non esclude le paure stesse ma ci convive “danzando”. Mi sembra un bell’insegnamento…

  1. Il pezzo che per me vale il libro intero.

L’incontro con l’uomo-pecora p. 108 – 109.
“Raccontai tutto… gli dissi che riuscivo a mandare avanti la mia vita ma che non arrivavo mai da nessuna parte…che ero incapace di amare davvero qualcuno..che non sapevo neanche io cosa cercare..” e l’uomo pecora “E’ da qui che tutto comincia,è qui che tutto finisce. Questa è casa tua, e lo rimarrà”
Per me questo è il nodo esistenziale. La vita , la morte, l’amore entrano in contatto e si collegano. E Murakami ce lo riesce a dire senza dirlo, toccando qualcosa di profondo in tutti noi. 
Glielo daranno questo Nobel o no?



  1. Chi è l’uomo-pecora ?

Vi volevo porre questo interrogativo stasera.
Chi è l’uomo pecora?
Anzi, chi è l’uomo pecora per il protagonista di Dance Dance Dance e chi è per voi l’uomo pecora?
In Dance Dance Dance alla fine pare essere la proiezione del protagonista (p. 465) “attraverso di me ti sei chiamato e ti sei guidato da solo, hai danzato con la tua ombra” quindi pare aver trovato il collegamento con il mondo con le proprie forze, affrontando da solo le proprie paure.
Forse l’uomo pecora incarna la Paura con la P maiuscola? Forse per Pi è Richard Parker? Per Robbie la guerra e per Briony la vita vera fuori della rappresentazione teatrale?

E per voi che cos’è l’uomo pecora?

Io ci ho pensato, per me è la solitudine….





Vi lascio la stampa che raffigura l’uomo pecora nel romanzo di esordio di Murakami, Nel segno della pecora, dove si trovano tante anticipazioni di quelli che saranno i temi dei romanzi futuri.. per chi avrà voglia di continuare con lui…in questo libro intanto si inizia a capire da dove esce questa fissa della pecora che per i giapponesi è l’immagine stessa del Giappone contemporaneo.




“Bene, mi dissi, è ora di riprendere a danzare. Danzare così bene da lasciare tutti a bocca aperta”

buona serata a tutte!
roberta