ragazze amanti della lettura leggono un libro ogni due mesi e poi ne parlano insieme. Il gruppo è chiuso, le serate sono solo per le iscritte al Club
sabato 24 maggio 2014
venerdì 16 maggio 2014
martedì 13 maggio 2014
giovedì 8 maggio 2014
la ragione della scelta del prossimo incontro del 15 luglio su "cent'anni di solitudine"
La
ragione della proposta di leggere (o rileggere) “ Cent’anni di
solitudine” sta tutta in queste righe, che Baricco ha scritto
immediatamente dopo la scomparsa di Marquez.
Per
noi ragazze del club si tratta sorprendentemente di un altro pezzetto
del puzzle che trova il suo posto nelle nostre riflessioni.
Ricordo
di Márquez attraverso la scoperta dei luoghi autentici che lo hanno
ispirato. Macondo esiste, è dove si danza con Gabo .
Si
muore tutti, ma qualcuno muore di più. Ci ho messo poco a capire,
giovedì sera, che la scomparsa di García Márquez non era solo una
notizia, ma un piccolo slittamento dell’anima che in molti non
dimenticheranno. L’ho capito dai messaggi che arrivavano, dalle sue
frasi che iniziavano
a piovere e rimbalzare ovunque.
Era anche
abbastanza tardi, la sera, in quelle ore in cui inizia a non starci
più niente, nella tua giornata, e se si ottura il lavandino lasci
perdere e rimandi a domani. Eppure in così tanti ci siamo fermati,
un attimo, e abbiamo saltato un battito del cuore.
Che poi,
diciamocelo, avevamo avuto anni per abituarci all’idea: Gabo se n’è
scivolato nell’ombra lentamente, con una certa timidezza, e in
fondo nel modo più gentile possibile. Quasi assurdo, per uno che
aveva scritto l’eterna e iperbolica morte della Mamà Grande. E’
come se Proust fosse morto facendo sci nautico. Ma, insomma, il tempo
lui ce l’aveva dato, per un commiato indolore. Credo che molti
ragazzini l’abbiano letto, in questi anni, e perfino amato,
pensando che fosse uno già morto (al contrario, ragazzi: nonostante
l’apparenza, non morirà mai). Eppure, al momento buono, quando si
è staccato dalla vita, silenziosamente come una figurina calciatori
da un album vecchissimo, ci ha fatto male, e ormai è andata
così.
Agli altri non so, ma a me ha fatto male perché io, a
Garcia Marquez, devo un sacco di cose. Tanto per cominciare, i venti
secondi in cui ho letto per la prima volta le ultime righe di L’amore
ai tempi del colera: avevo qualcosa come trent’anni e credo di aver
smesso lì, in quel preciso istante, e per sempre, di avere dubbi
sulla vita. Devo a una sua frase, che un editor gli avrebbe
sicuramente tagliato, la certezza che se dio ha creato il mondo,
gli uomini hanno poi creato gli aggettivi e gli avverbi, trasformando
un’impresa tutto sommato noiosetta in una meraviglia (no, la frase
me la tengo per me). Ho imparato da lui che scrivere è una faccenda
di generosità, un gesto senza vergogna, una mossa imprudente e un
riflesso sproporzionato: se non è così, quel che stai facendo,
tutt’al più, è letteratura. Ho scoperto, leggendolo, che i
sentimenti possono essere repentini, passioni devastanti, le
donne infinite; che gli odori non sono dei nemici, le illusioni non
sono degli errori, e il tempo, se esiste, non è lineare: tutte cose
che non mi avevano dato in dotazione quando mi hanno spedito a
vivere. Gli sono grato per la risposta che, rigirandosi
semiaddormentato nella sua amaca, il colonnello Buendia diede un
giorno quando lo avvertirono che era arrivata una delegazione del
partito per discutere con lui del bivio a cui era arrivata la guerra:
«Portateli a puttane». E soprattutto: non mi riuscirà di
dimenticarlo perché non ho letto una sola sua pagina senza ballare.
Anche nelle pagine brutte (ce ne sono) non si smette mai di ballare.
Io non c’entravo, io non so ballare, ma lui sì, e non c’era
verso di farlo smettere. E quando se ne vanno quelli con cui hai
ballato, metaforicamente o no, c’è qualcosa della tua bellezza che
se ne va per sempre.
Devo anche dire che per anni ho amato i libri
di Garcia Marquez
da lontano, senza aver mai messo piede in
Sudamerica. Poi una volta sono finito in Colombia. È stato un po’
come finire a letto con una donna con cui ti eri scritto lettere per
anni. Tanto per capirci, quando ai colombiani tu citi l’espressione
“realismo magico” quelli vanno a terra dal ridere. Comunque non
capiscono cosa significa. Perché quello che noi cerchiamo di
definire, loro lo posseggono come normale andazzo delle cose, atavico
paesaggio del vivere, ordinaria catalogazione del creato. Ti fermi a
chiacchierare dieci minuti con un cameriere e sei già a Macondo. È
che siamo poveri e abitiamo una terra complicata, mi ha spiegato una
volta un poeta di quelle parti. Quindi le notizie non viaggiano, il
sapere si sfarina, e tutto si tramanda nell’unica forma che non
conosce ostacolo e non costa niente: il racconto. Poi, con una
certa coerenza, mi ha raccontato questa storia vera (ma vera, lo
capite, da quelle parti è una parola piuttosto evanescente). Un
paese sulla costa, per la festa grande, ingaggia un circo della
capitale. Il circo si imbarca su una nave e fa rotta verso il paese.
Non lontano dalla costa, però, fa naufragio: tutto il circo va a
fondo, e le correnti se lo portano via. Due giorni dopo, in un paese
vicino (ma vicino, da quelle parti,
significa poco, perché se non
c’è una strada che spacca la foresta potresti essere anche a mille
chilometri), i pescatori escono la sera a tirare le reti. Non sanno
niente dell’altro paese, niente del circo, niente del naufragio.
Tirano su le reti e dentro ci trovano un leone. Non fanno una piega.
Tornano a casa. Com’è andata oggi?, avranno chiesto al pescatore,
a casa, tutti intorno al tavolo, a cena. Ma niente, oggi abbiamo
pescato leoni.
Noi questa cosa la chiamiamo “realismo
magico”. Capite bene che quelli non capiscono.
Insomma, sono
finito in Colombia e allora tutto mi è parso finale e compiuto.
Soprattutto se ci si spinge nella foreste caraibiche del nord, dove
Garcia Marquez è nato e dove, invisibile e senza fine, dimora
Macondo. I corpi, i colori, la natura vorace, gli odori, il caldo, i
colori, l’indolenza febbrile, la bellezza esagerata, le notti, le
solitudini, ogni pelle, qualunque parola. Quando sono tornato,
ho dovuto rileggere tutto da capo, ed è stato come ascoltare da
un’orchestra una musica che avevo sentito alla chitarra. Lì ho
capito che c’è un solo modo di ballarla: sudando. Con la camicia
fradicia, dunque, continuerò a ballare e poco importa se la figurina
si è staccata dall’album: sono dettagli. Ho le tasche piene di
frasi di Gabo, e all’occorrenza, sarà un nulla trovare due luci e
un parquet su cui farmi portar via.
Lucy
incontri precedenti novembre e febbraio
Espiazione con lode
La Mostra al 75mo con un parterre eccellente di
divi e autori. E un asso nella manica: l'adattamento del libro di
McEwan diretto da Joe Wright
Espiazione di Joe Wright tratto dal bestseller dell'anglosassone Ian McEwan è un gran bel film. James McAvoy, già visto nell’Ultimo re di Scozia,
è bravissimo e scommettiamo che vincerà più di un premio, incominciando
(forse) proprio dal festival di Venezia, di cui Espiazione è l’evento
di apertura (chapeau a Marco Muller). Ma la rivelazione si chiama Saoirse Ronan:
gallese, nome impronunciabile, sullo schermo è l’alter ego della
giovane Briony Tallis inventata da McEwan, ed è la protagonista di un
altro film molto atteso: The Lovely Bones tratto dall’omonimo libro (Amabili resti) di Alice Sebold e diretto da Peter Jackson. Il plot di Espiazione
ruota intorno a una domanda affascinante: esiste uno scrittore che non
abbia avuto la tentazione di cambiare il corso della storia delle sue
creature? Di riservargli un destino migliore o persino peggiore? Questo
potere di vita e di morte sui personaggi può diventare reale? Dietro
l’adattamento, piuttosto fedele, di Atonement, titolo originale di Espiazione, c’è la mano di Christopher Hampton, premio Oscar per Le relazioni pericolose
e insignito nell’arco della sua carriera di numerose onorificenze per
lavori letterari; ma Joe Wright, classe ’72, trascorsi televisivi, che
ha esordito al cinema due anni fa con l’elegante trasposizione di Orgoglio e pregiudizio, ha davvero talento. Espiazione
presentava più di una difficoltà, soprattutto la sua trasposizione in
immagini (e che trovate anche visive...). La trama, un vero campo
minato, ha un fil rouge: una grande passione negata, in mezzo la seconda
guerra mondiale, sullo sfondo la crudeltà di una ragazzina dall’ego
troppo sviluppato. La tredicenne Bryoni, la cui fervida immaginazione le
fa commettere un atto spaventoso, che rovina l’esistenza di sua sorella
Cecilia (Keira Knightley)
e del suo innamorato Robbie (James McAvoy), accusato ingiustamente di
violenza sessuale. Ottima partenza quindi per il concorso veneziano,
diretto da Muller, che schiera un parterre di divi (e film) da fare
invidia anche a Cannes. Oltre a Keira Knightley, c’è Vanessa Redgrave (finale magistrale) per Espiazione, George Clooney per il legal thriller di Tony Gilroy Michael Clayton (opera prima), Brad Pitt per The Assassination of Jesse James. Poi Richard Gere, Cate Blanchett, Christian Bale ecc. in una multipla performance della vita di Bob Dylan (I’m not There) firmata da Todd Haynes (che manca da Venezia dal bel Lontano dal Paradiso). Michael Caine e Jude Law per il remake di una spy story, Sleuth, diretti da Kenneth Branagh. I nomi, sulla carta, ci dicono che la giuria ufficiale, presieduta da Zhang Yimou e formata da soli registi (tra cui Ferzan Ozpetek ed Emanuele Crialese) non avrà vita facile. Quanto ai nostri, nel mare magnum dell’offerta, colpisce la scelta di Muller: Paolo Franchi, Vincenzo Marra, Andrea Porporati.
VITA DI PI
VITA DI PI
La scialuppa vaga nell'oceano per diversi giorni e Pi assiste terrorizzato all'uccisione della zebra e dell'orango da parte della iena e alla morte di quest'ultima per mano di Richard Parker. Rimasto solo con la tigre, Pi medita di ucciderla per timore di essere ammazzato a sua volta. Intanto sulla scialuppa trova un kit di sopravvivenza per i naufraghi: dei distillatori d'acqua marina, delle scorte di cibo e acqua, degli attrezzi per la pesca, giubbotti di salvataggio e altri oggetti cui costruisce una zattera che lega alla scialuppa per stare a distanza dalla tigre. Col passare dei giorni, decide di addestrarla dimostrandosi autoritario per farsi ubbidire e per stabilire gli spazi sulla scialuppa, ma anche amichevole e generoso per aiutarla a sopravvivere.
Pi imparerà a pescare e uccidere e a combattere contro le avversità. Pur temendo spesso di morire e consapevole di essere in balia del fato, la speranza di sopravvivenza, la fede in Dio e la condivisione degli oggetti e degli spazi con Richard Parker lo motiveranno facendolo diventare comunque un uomo più risoluto e sicuro. Si affezionerà ad alcuni animali marini e resterà ammirato dai delfini, dalle balene e dagli squali. Non mancheranno gli scontri psicologici con la tigre e imprevisti come tempeste o periodi torridi, cui conseguirà malessere fisico, mentale e morale. Durante il viaggio incrocerà una nave petroliera ma non riuscirà a segnalare la propria presenza e verrà abbandonato.
A causa degli stenti, Pi perderà la vista per alcuni giorni, durante i quali farà un incontro con un altro naufrago, ma Richard Parker lo ucciderà per sbranarlo. Pi e la tigre approderanno su un'isola deserta popolata solo da suricati. Ma poi scoprirà che l'isola non è altro che un agglomerato di alghe corrosive e letali, di conseguenza la abbandonerà. Alla fine, dopo 227 giorni di naufragio, approderà in Messico dove Richard Parker, con il quale ha costruito un rapporto speciale, fuggirà in una foresta abbandonandolo.
In ospedale, davanti ai due agenti della compagnia assicuratrice della nave trarrà le conclusioni morali e religiose della sua peregrinazione e davanti alla loro incredulità, gli proporrà un altro racconto, più semplice e senza animali, invitandoli a scegliere: i due intervistatori opteranno per la storia con Richard Parker. Il libro è diviso in tre parti, ma possiede pure una struttura unitaria. La prima parte è composta dalle elucubrazioni di un ragazzo sulla spiritualità e la vita in India. La seconda (che comprende la maggior parte del testo) è la fusione del ricordo dettagliato e realistico della sopravvivenza e di una fantastica allegoria, in uno stile medioevale.
L'ultima, dove Pi viene salvato e la verità della sua intera esperienza è messa in dubbio, penetra più a fondo nell'analisi della duplice sete per la sopravvivenza e per la fede. L'ultima parte offre anche veramente al lettore la possibilità di scegliere la versione della storia che preferisce. Pi mostra due modi di guardare la stessa realtà e scegliere la storia "migliore" richiede un atto di fede. Ci sono tre importanti religioni d'interesse in questa storia: l'induismo, l'Islam ed il Cristianesimo, rappresentate da Pi Patel. Anche il concetto filosofico di ateismo è raffigurato dal signor Kumar.
martedì 6 maggio 2014
lunedì 5 maggio 2014
incontro del 7 maggio 2014
Genova,
7 maggio 2014
Club
Letterario
Murakami Haruki
Dance Dance Dance.
- Perchè Dance Dance Dance ?ù
Da quando abbiamo iniziato a vederci ho pensato che vi avrei
voluto proporre questo libro che ho letto ormai una decina di anni fa e che
avrei voluto rileggere. È un libro che non mi era rimasto impresso per la trama
ma per le sensazioni che mi aveva lasciato e che poi ho ritrovato in altri
romanzi di Murakami. Rileggendolo oggi mi sono resa conto di quanto questo
libro, come molti altri, letti in fasi diverse della vita ti danno messaggi
inediti e ti lasciano emozioni nuove.
Trovo anche che questo libro sia stato il terzo “nostro” libro
per caso non a caso.
In Vita di P. Piscine affronta le sue paure, in primis
quella più grande che è quella della morte di cui Richard Parker pare essere
un’incarnazione, e capisce che “solo la paura può sconfiggere la vita (..)
dunque devi sforzarti di parlarne. Se non lo fai, se la paura diventa
un’oscurità inespressa che cerchi di evitare e che forse riesci persino a dimenticare,
ti esponi ai suoi attacchi futuri.”
In Espiazione Briony affronta la vita adulta espiando
la colpa infantile, vivendo il dolore e la paura della morte dagli altri come
infermiera in prima linea; Robbie a guerra quasi finita, dopo aver visto decine
di persone morire senza volerle o poterle salvare, trova una sublimazione
dell’amore per Cecilia nel momento in cui capisce che la guerra, che
rappresenta in qualche modo la morte collettiva, stessa rende tutti in qualche modo colpevoli,
come se anche la colpa di “Briony” che gli aveva rovinato la vita non avesse
più l’importanza vitale che aveva prima della guerra stessa.
In Dance Dance Dance il protagonista è alla ricerca di
se stesso, vive momenti di straniamento dal mondo reale che lo portano nella
dimensione del sogno e dell’inconscio e per questo in qualche modo mi sembra
esplorare interrogativi universali. Sullo sfondo del capitalismo avanzato degli
anni ’80 lui si sente in qualche modo estraneo alla realtà che richiede di
vivere velocemente e in contatto continuo con gli altri. Lui si sente diverso,
si accorge di strani collegamenti tra le cose, è sempre attratto da un angolo
buio – il polveroso Dolphin Hotel nascosto solo per lui dentro un Hotel più
moderno – e da una presenza – quella dell’uomo Pecora – inquietante ma
affascinante allo stesso tempo. Anche per lui paura e morte sono esperienze
fondamentali per quella che mi sembra possa essere una “liberazione” verso
un’esistenza più vera, meno condizionata, che non esclude le paure stesse ma ci
convive “danzando”. Mi sembra un bell’insegnamento…
- Il
pezzo che per me vale il libro intero.
L’incontro con l’uomo-pecora p.
108 – 109.
“Raccontai tutto… gli dissi che
riuscivo a mandare avanti la mia vita ma che non arrivavo mai da nessuna
parte…che ero incapace di amare davvero qualcuno..che non sapevo neanche io
cosa cercare..” e l’uomo pecora “E’ da qui che tutto comincia,è qui che tutto
finisce. Questa è casa tua, e lo rimarrà”
Per me questo è il nodo
esistenziale. La vita , la morte, l’amore entrano in contatto e si collegano. E
Murakami ce lo riesce a dire senza dirlo, toccando qualcosa di profondo in
tutti noi.
Glielo daranno questo Nobel o
no?
- Chi
è l’uomo-pecora ?
Vi volevo porre questo
interrogativo stasera.
Chi è l’uomo pecora?
Anzi, chi è l’uomo pecora per il
protagonista di Dance Dance Dance e chi è per voi l’uomo pecora?
In Dance Dance Dance alla fine
pare essere la proiezione del protagonista (p. 465) “attraverso di me ti sei
chiamato e ti sei guidato da solo, hai danzato con la tua ombra” quindi pare
aver trovato il collegamento con il mondo con le proprie forze, affrontando da
solo le proprie paure.
Forse l’uomo pecora incarna la
Paura con la P maiuscola? Forse per Pi è Richard Parker? Per Robbie la guerra e
per Briony la vita vera fuori della rappresentazione teatrale?
E per voi che cos’è l’uomo
pecora?
Io ci ho pensato, per me è la solitudine….
Vi lascio la stampa che raffigura
l’uomo pecora nel romanzo di esordio di Murakami, Nel segno della pecora,
dove si trovano tante anticipazioni di quelli che saranno i temi dei romanzi
futuri.. per chi avrà voglia di continuare con lui…in questo libro intanto si
inizia a capire da dove esce questa fissa della pecora che per i giapponesi è
l’immagine stessa del Giappone contemporaneo.
“Bene, mi dissi, è ora di
riprendere a danzare. Danzare così bene da lasciare tutti a bocca aperta”
buona serata a tutte!
roberta
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