Pubblicato in Cina nel 1988 e finalmente uscito anche da noi grazie a Einaudi, Le canzoni dell’aglio,
scritto dall’allora trentatreenne Mo Yan, rappresenta un perfetto
esempio di realismo magico immerso nel mondo cinese, nel quale al
racconto dei crudi fatti si mescolano antiche credenze popolari al
limite del grottesco e allucinazioni oniriche.
Ci troviamo a Tiantang (luogo di fantasia; Paradiso
in italiano) nel 1987-88, in piena epoca di demaoizzazione. Fra i
contadini del distretto serpeggia il malcontento per la scarsa, se non
nulla attenzione della classe dirigente locale nei confronti dei loro
problemi. Convinti/obbligati dalle nuove politiche del governo a
coltivare l’aglio, i contadini, dopo una prima annata decente, si
ritrovano con quintali e quintali di scapi invenduti. Esasperati dalla
vista e dalla puzza dell’aglio lasciato a marcire sui carretti e lungo
le strade, dal menefreghismo e dalla corruzione dilagante nella quale
sguazzano impuniti i funzionari pubblici, e spronati dalle commoventi
canzoni intonate da Zhang Kou, un vecchio cieco che si accompagna
pizzicando le tre corde del suo violino, i contadini si ribellano
assaltando e mettendo a soqquadro la sede del distretto. Fra loro, ci
sono anche Gao Yang, figlio di ex proprietari terrieri e per questo
discriminato sin dalla più giovane età, il suo amico Gao Ma, ex
militare, ora modesto agricoltore perdutamente innamorato della procace
Jinju, e l’anziana Fang Sishen, madre della ragazza e colpevole, in
solido con il marito e i due avidi figli maschi di aver combinato, per
meri interessi egoistici, il matrimonio tra la figlia e un uomo molto
più vecchio di lei, verso il quale la povera Jinju non prova altro che
ripugnanza. La questione politico-sociale della classe contadina si
incrocia, dunque, con quella sentimentale di Gao Ma e Jinju. Entrambe
offrono un quadro raccapricciante, osservando il quale, più e più volte
ci si chiede se la vicenda non sia per caso ambientata alla fine degli
anni ’80 del XIX° secolo anziché nel XX°.
Con una scrittura spudorata (in senso buono) e ricca di descrizioni,
il futuro Premio Nobel cinese, regala al lettore un’esperienza
totalizzante in grado di soddisfare tutti e cinque i sensi. Le
raffigurazioni della povertà materiale e morale (– Ormai è morto, –
si intromise il minore, – per lui non fa nessuna differenza dove lo
mettiamo. «Quando uno muore è come una lampada che si spegne, il respiro
si muta in brezza primaverile, la carne diventa fango». Per di più se
lo mettiamo sul kang puzzerà prima.
– Vorreste lasciarlo fuori casa?
– Sì, lasciamolo qui, il vento lo terrà fresco e non si sentirà il
puzzo. E poi, domani mattina eviteremo di doverlo trasportare fuori
un’altra volta, – disse il minore con decisione.) dei contadini di
Tiantang, pur mettendo a dura prova la sensibilità del lettore
occidentale con la loro penosa, in taluni casi rivoltante crudezza,
rappresentano un’attrattiva dalla quale si viene letteralmente
risucchiati. Ecco allora che anche noi, a quasi trent’anni e a centinaia
di migliaia di chilometri di distanza, finiamo per ritrovarci lì,
accanto a Gao Yang, Gao Ma e alla sfortunata Jinju, a tifare per i
contadini e a biasimare il comportamento riprovevole dei pasciuti
funzionari governativi. Anche noi, se solo ne avessimo il coraggio, ci
uniremmo al grido disperato di Gao Ma: “Ve l’ho già detto,
tagliatemi la testa, fucilatemi, seppellitemi vivo, fate quello che vi
pare. Io vi odio, siete corrotti, sventolate la bandiera del Partito
comunista e invece lo danneggiate! Vi odio!“.
Mo Yan, Le canzoni dell’aglio , trad. Maria Rita Masci, Einaudi, pp. 364, € 22.00, 2014
Giudizio: 5/5
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