Per festeggiare l’elezione di Obama, i fratelli Wiley diedero un party a casa loro, nella zona di Crystal Palace. Abitavano vicino al parco, dove la torre per le telecomunicazioni incombeva, innalzata verso il cielo, come una Torre Eiffel in tono minore, austera e metallica di giorno, rossa e illuminata di notte, dominando i quartieri circostanti di Londra e le contee limitrofe, e proteggendo, nella distesa verde ai suoi piedi, quanto restava del tramontato regno di cristallo: il lago, il labirinto, le statue greche spezzate, i leoni di pietra erosi dal tempo e i dinosauri ricostruiti da una scienza invecchiata.
In precedenza i fratelli Wiley vivevano a nord del fiume: si erano trasferiti nel Sud della città per la sua energia creativa e il carisma della sua povertà (consapevoli dei loro privilegi, volevano dare l’impressione di esserne usciti spiritualmente indenni). Bruce, il maggiore, era un noto fotografo: sul retro della casa c’era il suo studio, un dedalo di luci e oscurità. Gabriele faceva l’economista. Malgrado fossero l’uno l’opposto dell’altro in ogni senso – Bruce aveva una corporatura robusta, Gabriele era magro; Bruce beveva, Gabriele no; Bruce non possedeva nemmeno un completo, Gabriele non portava altro – organizzarono la festa con comune impegno e unità di intenti. In primo luogo compilarono la lista degli invitati, in cui figuravano tutte le persone importanti, di successo e ricche che conoscevano: avvocati, giornalisti, attori e politici. A seconda delle dimensioni dell’evento, gli ospiti di minor riguardo venivano scelti con criteri variabili in base a posizione sociale, conoscenze, aspetto e personalità, esaminati dai due fratelli nella veranda dove si svolgeva la maggior parte delle loro conversazioni serali. In quella particolare occasione invitarono più ospiti del solito, perché volevano una festa grandiosa. Completato l’elenco, Gabriele fece girare un sms.
Poi si occuparono entrambi dei tre ingredienti essenziali di un party, le bevande, il cibo e la musica. Avendo fissato la data per il sabato successivo alle elezioni, non avevano molto tempo. Comprarono bottiglie di champagne, noci di macadamia, ali di pollo, olive farcite al peperone, rievocando dall’inizio alla fine i momenti salienti della loro notte insonne di martedì, quando avevano guardato gli Stati blu mangiarsi quelli rossi e visto le lacrime di Jesse James a Grant Park e la vittoriosa avanzata dei quattro Obama verso il palco a prova di proiettile; inoltre parlarono del tempo del giorno successivo, così luminoso e azzurro per essere novembre, e della gente, degli sconosciuti, cordiali e sorridenti, che si scambiavano il buongiorno, a Londra! Immaginarono, mentre preparavano la playlist da passare al dj, le note di Jill Scott, Al Green e Jay-Z che fluttuavano fuori dalle finestre della Casa Bianca. Per migliorare l’isolamento acustico ed evitare danni, schermarono con pannelli di truciolato gli scaffali metallici del soggiorno e stesero vecchie stuoie sui pavimenti di noce. Lasciarono il Chris Ofili sulla parete centrale, con un divano sotto il quadro e alcuni cuscini sparsi qua e là, ma tolsero gran parte dei mobili. Gabriele sistemò un avviso sullo specchio del bagno, invitando tutti a rispettare il fatto che si trovavano in una casa privata e non in un locale notturno.

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