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ragazze amanti della lettura leggono un libro ogni due mesi e poi ne parlano insieme. Il gruppo è chiuso, le serate sono solo per le iscritte al Club
mercoledì 17 febbraio 2016
giovedì 4 febbraio 2016
lunedì 25 gennaio 2016
martedì 1 dicembre 2015
prossimo incontro: 2 febbraio con "Follia" di Patrick Mcgrath
https://www.facebook.com/lapasseggiatalibrocaffe
davvero ideale la location di ieri sera!
Ora si ricomincia con FOLLIA di P. MCGRATH
Stella, moglie frustrata di Max, vicedirettore di un grande manicomio criminale nei pressi di Londra, conosce Edgar Stark, paziente in regime di semilibertà che viene quasi ogni giorno a curare il giardino e restaurare una grande serra vittoriana ormai cadente. Edgar, scultore e artista dalla grande intensità creativa, è anche un fascinoso manipolatore che entra prepotentemente nella vita di Stella, travolgendo ogni sua resistenza. La passione sessuale scoppia selvaggia e ossessiva e la salute mentale di Stella, la sua vita noiosa ma rispettabile vanno in pezzi. Ma Edgar ha un piano: sottrae dalla camera da letto matrimoniale i vestiti di Max e fugge. A quel punto è chiaro che Stella è coinvolta: viene interrogata, dal marito e dagli psichiatri responsabili dell'istituto, che a loro volta sono messi sotto pressione dalla stampa per la pericolosità del fuggitivo. Edgar infatti è un paranoico che ha crisi violentissime di rabbia. In una di queste, convinto dell'infedeltà della moglie Ruth, l'ha uccisa e fatta a pezzi, scavandone poi la testa come fosse una scultura. Stella non regge più la tensione, scappa a Londra, trova Edgar e trascorre con lui tre settimane in uno spazio industriale abbandonato, rifugio di vagabondi, artisti e criminali. Per la prima volta si sente libera, sessualmente e mentalmente, si abbandona alla sfrenatezza, passa da una sbronza all'altra e resta intere giornate a letto con Edgar che la soddisfa e la comprende profondamente.
Edgar manifesta i primi segni di squilibrio: cerca di ritrarre la
testa di Stella ma non riesce a plasmare nella creta quello che gli
agita la mente. Inizia la violenza. Stella viene malmenata e minacciata
con un coltello. Deve fuggire, Edgar la insegue fino a quando Stella
viene arrestata dalla polizia, sulle tracce di Edgar, e riportata a
casa. Una penosa riconciliazione - di facciata - con il marito, la getta
nella più profonda depressione, aumenta le dosi di gin e diventa
completamente indifferente ai sentimenti di Max e Charlie, il figlio
dodicenne. Max nel frattempo è stato giudicato inaffidabile e
allontanato dal manicomio. Si trasferiscono in una località inospitale
del Galles
del nord dove Max è costretto ad accettare un lavoro demansionato e
frustrante. Vivono in una fattoria isolata il cui proprietario, con una
certa impudenza, riesce a ottenere i favori sessuali di Stella. La vita
si trascina con fatica crescente fino a quando, durante una gita
scolastica, Charlie annega in uno stagno gelato, sotto gli occhi
indifferenti della madre. Viene nuovamente arrestata per non aver
chiamato aiuto né cercato di salvare il figlio. Questa volta Max
l'abbandona e Stella finisce nello stesso manicomio dove tutto era
iniziato. Il medico che la prende in cura è Peter, amico di vecchia
data, ora direttore dell'istituto. Il narratore. Dopo le prime giornate
di spaesamento, curata con massicce dosi di psicofarmaci, Stella sembra
riprendersi lentamente, sotto l'occhio attento di Peter che ne controlla
ora per ora le pulsioni. Peter, ormai anziano e alla vigilia della
pensione, le propone di sposarlo, Stella sembra completamente
ristabilita e pronta per uscire dall'istituto e sistemarsi a casa di
Peter in una ritrovata quiete familiare. La donna accetta. Ma l'intera
personalità che Stella si crea per ottenere i favori di Peter è una
finzione. Non ha saputo che nel frattempo Edgar è stato catturato ed è
rinchiuso nello stesso manicomio, in cella di isolamento. La sua grande
passione è spezzata per sempre, il figlio è morto per colpa sua. Non c'è
più niente per cui vivere: attraverso una scorta di sonniferi tenuti
apposta da parte in un vecchio reggiseno, si dà la morte per overdose. A
Peter rimane la scultura della testa di Stella scolpita da Edgar e
fatta fondere in bronzo scuro. Ed Edgar stesso, naturalmente, sotto
chiave e a sua disposizione.
davvero ideale la location di ieri sera!
Ora si ricomincia con FOLLIA di P. MCGRATH
Stella, moglie frustrata di Max, vicedirettore di un grande manicomio criminale nei pressi di Londra, conosce Edgar Stark, paziente in regime di semilibertà che viene quasi ogni giorno a curare il giardino e restaurare una grande serra vittoriana ormai cadente. Edgar, scultore e artista dalla grande intensità creativa, è anche un fascinoso manipolatore che entra prepotentemente nella vita di Stella, travolgendo ogni sua resistenza. La passione sessuale scoppia selvaggia e ossessiva e la salute mentale di Stella, la sua vita noiosa ma rispettabile vanno in pezzi. Ma Edgar ha un piano: sottrae dalla camera da letto matrimoniale i vestiti di Max e fugge. A quel punto è chiaro che Stella è coinvolta: viene interrogata, dal marito e dagli psichiatri responsabili dell'istituto, che a loro volta sono messi sotto pressione dalla stampa per la pericolosità del fuggitivo. Edgar infatti è un paranoico che ha crisi violentissime di rabbia. In una di queste, convinto dell'infedeltà della moglie Ruth, l'ha uccisa e fatta a pezzi, scavandone poi la testa come fosse una scultura. Stella non regge più la tensione, scappa a Londra, trova Edgar e trascorre con lui tre settimane in uno spazio industriale abbandonato, rifugio di vagabondi, artisti e criminali. Per la prima volta si sente libera, sessualmente e mentalmente, si abbandona alla sfrenatezza, passa da una sbronza all'altra e resta intere giornate a letto con Edgar che la soddisfa e la comprende profondamente.
| « Per la prima volta Stella sentiva che era valsa la pena di saltare nel vuoto, perché alla fine avrebbero trovato il posto sicuro dove amarsi senza paura. E fu in quello spirito che fecero l'amore: senza paura, liberamente, mentre i treni rombavano sul viadotto nella notte. E Stella lo fece ridendo, gridando, urlando al magazzino intero tutta la vita che aveva dentro. » |
| (Pg. 123) |
venerdì 9 ottobre 2015
recensione mo yan
Pubblicato in Cina nel 1988 e finalmente uscito anche da noi grazie a Einaudi, Le canzoni dell’aglio,
scritto dall’allora trentatreenne Mo Yan, rappresenta un perfetto
esempio di realismo magico immerso nel mondo cinese, nel quale al
racconto dei crudi fatti si mescolano antiche credenze popolari al
limite del grottesco e allucinazioni oniriche.
Ci troviamo a Tiantang (luogo di fantasia; Paradiso in italiano) nel 1987-88, in piena epoca di demaoizzazione. Fra i contadini del distretto serpeggia il malcontento per la scarsa, se non nulla attenzione della classe dirigente locale nei confronti dei loro problemi. Convinti/obbligati dalle nuove politiche del governo a coltivare l’aglio, i contadini, dopo una prima annata decente, si ritrovano con quintali e quintali di scapi invenduti. Esasperati dalla vista e dalla puzza dell’aglio lasciato a marcire sui carretti e lungo le strade, dal menefreghismo e dalla corruzione dilagante nella quale sguazzano impuniti i funzionari pubblici, e spronati dalle commoventi canzoni intonate da Zhang Kou, un vecchio cieco che si accompagna pizzicando le tre corde del suo violino, i contadini si ribellano assaltando e mettendo a soqquadro la sede del distretto. Fra loro, ci sono anche Gao Yang, figlio di ex proprietari terrieri e per questo discriminato sin dalla più giovane età, il suo amico Gao Ma, ex militare, ora modesto agricoltore perdutamente innamorato della procace Jinju, e l’anziana Fang Sishen, madre della ragazza e colpevole, in solido con il marito e i due avidi figli maschi di aver combinato, per meri interessi egoistici, il matrimonio tra la figlia e un uomo molto più vecchio di lei, verso il quale la povera Jinju non prova altro che ripugnanza. La questione politico-sociale della classe contadina si incrocia, dunque, con quella sentimentale di Gao Ma e Jinju. Entrambe offrono un quadro raccapricciante, osservando il quale, più e più volte ci si chiede se la vicenda non sia per caso ambientata alla fine degli anni ’80 del XIX° secolo anziché nel XX°.
Con una scrittura spudorata (in senso buono) e ricca di descrizioni, il futuro Premio Nobel cinese, regala al lettore un’esperienza totalizzante in grado di soddisfare tutti e cinque i sensi. Le raffigurazioni della povertà materiale e morale (– Ormai è morto, – si intromise il minore, – per lui non fa nessuna differenza dove lo mettiamo. «Quando uno muore è come una lampada che si spegne, il respiro si muta in brezza primaverile, la carne diventa fango». Per di più se lo mettiamo sul kang puzzerà prima.
– Vorreste lasciarlo fuori casa?
– Sì, lasciamolo qui, il vento lo terrà fresco e non si sentirà il puzzo. E poi, domani mattina eviteremo di doverlo trasportare fuori un’altra volta, – disse il minore con decisione.) dei contadini di Tiantang, pur mettendo a dura prova la sensibilità del lettore occidentale con la loro penosa, in taluni casi rivoltante crudezza, rappresentano un’attrattiva dalla quale si viene letteralmente risucchiati. Ecco allora che anche noi, a quasi trent’anni e a centinaia di migliaia di chilometri di distanza, finiamo per ritrovarci lì, accanto a Gao Yang, Gao Ma e alla sfortunata Jinju, a tifare per i contadini e a biasimare il comportamento riprovevole dei pasciuti funzionari governativi. Anche noi, se solo ne avessimo il coraggio, ci uniremmo al grido disperato di Gao Ma: “Ve l’ho già detto, tagliatemi la testa, fucilatemi, seppellitemi vivo, fate quello che vi pare. Io vi odio, siete corrotti, sventolate la bandiera del Partito comunista e invece lo danneggiate! Vi odio!“.
Mo Yan, Le canzoni dell’aglio , trad. Maria Rita Masci, Einaudi, pp. 364, € 22.00, 2014
Giudizio: 5/5
Ci troviamo a Tiantang (luogo di fantasia; Paradiso in italiano) nel 1987-88, in piena epoca di demaoizzazione. Fra i contadini del distretto serpeggia il malcontento per la scarsa, se non nulla attenzione della classe dirigente locale nei confronti dei loro problemi. Convinti/obbligati dalle nuove politiche del governo a coltivare l’aglio, i contadini, dopo una prima annata decente, si ritrovano con quintali e quintali di scapi invenduti. Esasperati dalla vista e dalla puzza dell’aglio lasciato a marcire sui carretti e lungo le strade, dal menefreghismo e dalla corruzione dilagante nella quale sguazzano impuniti i funzionari pubblici, e spronati dalle commoventi canzoni intonate da Zhang Kou, un vecchio cieco che si accompagna pizzicando le tre corde del suo violino, i contadini si ribellano assaltando e mettendo a soqquadro la sede del distretto. Fra loro, ci sono anche Gao Yang, figlio di ex proprietari terrieri e per questo discriminato sin dalla più giovane età, il suo amico Gao Ma, ex militare, ora modesto agricoltore perdutamente innamorato della procace Jinju, e l’anziana Fang Sishen, madre della ragazza e colpevole, in solido con il marito e i due avidi figli maschi di aver combinato, per meri interessi egoistici, il matrimonio tra la figlia e un uomo molto più vecchio di lei, verso il quale la povera Jinju non prova altro che ripugnanza. La questione politico-sociale della classe contadina si incrocia, dunque, con quella sentimentale di Gao Ma e Jinju. Entrambe offrono un quadro raccapricciante, osservando il quale, più e più volte ci si chiede se la vicenda non sia per caso ambientata alla fine degli anni ’80 del XIX° secolo anziché nel XX°.
Con una scrittura spudorata (in senso buono) e ricca di descrizioni, il futuro Premio Nobel cinese, regala al lettore un’esperienza totalizzante in grado di soddisfare tutti e cinque i sensi. Le raffigurazioni della povertà materiale e morale (– Ormai è morto, – si intromise il minore, – per lui non fa nessuna differenza dove lo mettiamo. «Quando uno muore è come una lampada che si spegne, il respiro si muta in brezza primaverile, la carne diventa fango». Per di più se lo mettiamo sul kang puzzerà prima.
– Vorreste lasciarlo fuori casa?
– Sì, lasciamolo qui, il vento lo terrà fresco e non si sentirà il puzzo. E poi, domani mattina eviteremo di doverlo trasportare fuori un’altra volta, – disse il minore con decisione.) dei contadini di Tiantang, pur mettendo a dura prova la sensibilità del lettore occidentale con la loro penosa, in taluni casi rivoltante crudezza, rappresentano un’attrattiva dalla quale si viene letteralmente risucchiati. Ecco allora che anche noi, a quasi trent’anni e a centinaia di migliaia di chilometri di distanza, finiamo per ritrovarci lì, accanto a Gao Yang, Gao Ma e alla sfortunata Jinju, a tifare per i contadini e a biasimare il comportamento riprovevole dei pasciuti funzionari governativi. Anche noi, se solo ne avessimo il coraggio, ci uniremmo al grido disperato di Gao Ma: “Ve l’ho già detto, tagliatemi la testa, fucilatemi, seppellitemi vivo, fate quello che vi pare. Io vi odio, siete corrotti, sventolate la bandiera del Partito comunista e invece lo danneggiate! Vi odio!“.
Mo Yan, Le canzoni dell’aglio , trad. Maria Rita Masci, Einaudi, pp. 364, € 22.00, 2014
Giudizio: 5/5
mercoledì 7 ottobre 2015
dodicesimo incontro - le canzoni dell'aglio di MO YAN - 1 DICEMBRE 2015
Canzoni di rivolta di un cieco in Paradiso
La terra odora di
aglio e sudore, si sviluppa un ibrido dai germogli verdi e dalle
gocce del massacrante lavoro dei contadini di Tiantang ( Paradiso),
nella provincia dello Shandong.
Dall'alba a notte fonda, il profilo chinato dei gracili corpi di uomini e donne segue le direttive dell'unica via percorribile : quella tracciata dal Partito e dalla pianificazione agricola. Una volta terminato il raccolto pero' l'Organizzazione si rifiuta di ritirarlo e pagarlo , ogni passo e' gravato da imposte e multe, l'aglio marcisce sui miseri carretti.
Esasperazione, fame, poverta', abusi, impotenza sferzano le masse che disperate si ribellano, forzano i cancelli della sede del distretto, vorrebbero parlare, capire, trattare. Verranno arrestati, torturati, uccisi.
Una giovane donna durante il travaglio, sola in una baracca che condivide coi ratti, parla al suo bambino che si contorce per venire al mondo. Lo scongiura di restare avvolto nel tepore del suo utero, il mondo e' tremendo, c'e' solo lavoro senza riposo, non si mangia, non si sorride, il sole brucia , l'acqua annega, le mani colpiscono. Disperata tra le doglie lo avverte che non potra' piu' difenderlo una volta fuori ed il bambino testardo ascolta la sua mamma, smette di menare calci. Decidono di stare insieme, lontano dalla cattiveria e dal dolore.
Scritto nel 1988 ed ambientato negli stessi anni, il romanzo si ispira ad un evento realmente accaduto ( la rivolta dell'aglio ) ed e' arricchito dall'infausto amore tra Gao Ma e Jinju e dalle strazianti vicende di altri personaggi, in un accavallarsi di strati temporali non lineari.
L'amara realta' contadina narrata da Mo Yan e' lucida e feroce, non risparmia non sconta non ha pieta'. Poverta', violenza e prevaricazione sono una minaccia costante, ma cio' che turba piu' di tutto non e' il fatto fine a se stesso, e' la crudelta' diffusa e vissuta come fosse pane quotidiano ed irrinunciabile. Come se l'orrore fosse una cosa normale.
Molto spazio ai discorsi diretti a discapito della bella prosa che fa capo allo scrittore cinese, il volume istiga ferocemente all' apnea del tormento e dell'incredulita'; ricordate di respirare durante la lettura, diversamente ne morirete.
Toccante e disperato, truce ed esasperato.
Dall'alba a notte fonda, il profilo chinato dei gracili corpi di uomini e donne segue le direttive dell'unica via percorribile : quella tracciata dal Partito e dalla pianificazione agricola. Una volta terminato il raccolto pero' l'Organizzazione si rifiuta di ritirarlo e pagarlo , ogni passo e' gravato da imposte e multe, l'aglio marcisce sui miseri carretti.
Esasperazione, fame, poverta', abusi, impotenza sferzano le masse che disperate si ribellano, forzano i cancelli della sede del distretto, vorrebbero parlare, capire, trattare. Verranno arrestati, torturati, uccisi.
Una giovane donna durante il travaglio, sola in una baracca che condivide coi ratti, parla al suo bambino che si contorce per venire al mondo. Lo scongiura di restare avvolto nel tepore del suo utero, il mondo e' tremendo, c'e' solo lavoro senza riposo, non si mangia, non si sorride, il sole brucia , l'acqua annega, le mani colpiscono. Disperata tra le doglie lo avverte che non potra' piu' difenderlo una volta fuori ed il bambino testardo ascolta la sua mamma, smette di menare calci. Decidono di stare insieme, lontano dalla cattiveria e dal dolore.
Scritto nel 1988 ed ambientato negli stessi anni, il romanzo si ispira ad un evento realmente accaduto ( la rivolta dell'aglio ) ed e' arricchito dall'infausto amore tra Gao Ma e Jinju e dalle strazianti vicende di altri personaggi, in un accavallarsi di strati temporali non lineari.
L'amara realta' contadina narrata da Mo Yan e' lucida e feroce, non risparmia non sconta non ha pieta'. Poverta', violenza e prevaricazione sono una minaccia costante, ma cio' che turba piu' di tutto non e' il fatto fine a se stesso, e' la crudelta' diffusa e vissuta come fosse pane quotidiano ed irrinunciabile. Come se l'orrore fosse una cosa normale.
Molto spazio ai discorsi diretti a discapito della bella prosa che fa capo allo scrittore cinese, il volume istiga ferocemente all' apnea del tormento e dell'incredulita'; ricordate di respirare durante la lettura, diversamente ne morirete.
Toccante e disperato, truce ed esasperato.
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